La Federazione della Sinistra anche a Forlì aderisce allo sciopero dei Migranti
Nicola | 27 febbraio 2010IL 1° MARZO DALLE ORE 16.30 TUTTI IN PIAZZA SAFFI: Sit-in con animazioni e banchetti informativi
IL 1° MARZO DALLE ORE 16.30 TUTTI IN PIAZZA SAFFI: Sit-in con animazioni e banchetti informativi
ai compagni/e di Rifondazione Comunista
ai simpatizzanti e amici
a tutti coloro che hanno collaborato
alle feste di Liberazione
SABATO 27 febbraio ’10
ORE 20,00
CIRCOLO DI VILLA SELVA(via Costiera 45 Forlì)
FESTEGGIAMO!!
Con piadina, salumi, dolci e buon vino
Sarà un’occasione per ritrovarci, per stare assieme, confrontarci sul partito e sulle prospettive, per divertirci e anche, per chi volesse, rinnovare la tessera.
Saranno presentati i candidati per le prossime elezioni regionali
Interverrà
NANDO MAINARDI, Segretario Regionale
È gradita la prenotazione a Rino 333 2996383
Silvia 3280358450
Prima fa HERA e poi ci dice che era meglio se non c’era.
Sui muri della città è apparso un manifesto in cui Luca Bartolini, compie l’atto di strappare una bolletta di HERA e dichiara “HERA MEGLIO SE NON C’ERA” e prosegue “Col PDL inizia una nuova HERA…”
I cittadini immemori potranno apprezzare tale manifesto, perché fondamentalmente afferma una verità, ma a coloro che hanno mantenuto un poco di memoria non sfugge la presa in giro operata dal Bartolini.
HERA è nata perché voluta dal PDL e dal PD (sulle privatizzazioni non sono alternativi), o più precisamente dalle forze politiche che hanno fondato tali partiti. Anzi fu Guazzaloca, il sindaco di destra di Bologna, a fare da battistrada, era lui il “socio di riferimento”
Se non bastasse oggi il Governo Berlusconi impone ai comuni che ancora non l’anno fatto di privatizzare l’acqua, quindi impone de fare tante HERA, là dove non sono state fatte.
Ricordiamo che solo i Comunisti e i verdi si opposero alla nascita di HERA.
Il partito di Bartolini ha voluto e fatto HERA ed ora lui ci prende pure in giro.
Palmiro Capacci
Federazione della sinistra
Forlì, 13.02.2010
Calcolare la ricchezza, o la povertà, di un paese non in base al Prodotto interno lordo (Pil) ma all’accesso ai diritti umani è un altro modo per osservare il mondo – e per capire come i governi si stanno muovendo rispetto agli impegni presi nel campo delle politiche sociali e per il raggiungimento degli «Obiettivi di sviluppo del millennio». La rete internazionale Social watch, che raccoglie organizzazioni della società civile in oltre sessanta paesi, ha presentato ieri il suo nuovo rapporto annuale, che stila una classifica mondiale in base agli indici alternativi, quest’anno analizza gli effetti sociali e ambientali della crisi economica globale. «People first», come recita il titolo del rapporto, classifica i paesi in base a indici alternativi che misurano da un lato fattori determinanti per lo sviluppo come l’accesso all’istruzione di base, la mortalità infantile e la percentuale delle nascite assistite da personale qualificato (Bci – indice delle capacità di base), e dall’altro la parità di genere, ovvero come procede l’andamento del divario tra donne e uomini (Gei – indice di parità di genere). Riguardo alla seconda classifica, non sorprende scoprire che l’Italia, nella classifica Gei su 175 paesi, si piazza al 72simo posto dopo Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica Dominicana con 64 punti su 100. Due posizioni in meno rispetto al 2008 e un punteggio molto al di sotto della media europea, che è 72. «La mancata riduzione del divario nei diritti tra uomo e donna conferma la miopia dei governi», commenta Jason Nardi, portavoce di Social watch Italia, che aggiunge: «la definizione tra paesi del cosiddetto sud del mondo e quelli del nord sviluppato è sempre più sfumata». Infatti, osservando la classifica, si scopre che nelle prime 50 posizioni, oltre ai due terzi dei paesi dell’Unione europea – Italia, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia e Grecia escluse – c’è una buona rappresentanza di paesi in via di sviluppo. Filippine, Colombia, Tanzania e Thailandia tra i virtuosi nella parte alta della classifica. Il che dimostra come l’equazione tra reddito elevato e uguaglianza non sia affatto scontata. Tra i punteggi più alti, quelli di Svezia (88 punti), Finlandia e Ruanda (84). Seguono Norvegia (83), Bahamas (79), Danimarca (79) e Germania (78). L’indice della parità di genere tiene conto di diversi fattori: l’istruzione, la partecipazione all’attività economica e l’empowerment delle donne, ovvero il loro godere di pieni poteri. Il divario tra uomini e donne si è acuito con la crisi economica perché l’esposizione delle donne alla recessione è maggiore: hanno un minore controllo del reddito, sono più numerose nei lavori precari o a cottimo, percepiscono salari minori e godono di livelli di tutela sociale più bassi. Mentre, a livello mondiale, nel campo dell’istruzione si sono fatti progressi, nell’accesso agli spazi decisionali e nell’esercizio del potere la strada da fare è ancora molto lunga. Non esiste sulla terra un paese dove sia stata raggiunta la piena uguaglianza tra uomini e donne nella partecipazione ai processi economici o socio-decisionali. Ma, tornando all’Italia, il nostro paese è sotto accusa anche per quanto riguarda le politiche sull’immigrazione, i «pacchetti sicurezza» e una situazione generale di impoverimento dovuta sì alla crisi finanziaria, ma anche a «politiche miopi, deboli e in molti casi discriminatorie». Se si calcola poi a quanto ammonta l’impegno del governo nell’aiuto allo sviluppo, «l’Italia ha toccato il minimo storico proprio nell’anno in cui ha presieduto il G8». Un paradosso già noto agli addetti ai lavori che Social watch purtroppo conferma.
da IlManifesto

In Rai i partiti che hanno preso nelle ultime elezioni meno del 4% saranno escluse dalle tribune elettorali. Un altro tentativo di farci fuori, ma noi non ci arrrenderemo. Ci affideremo alla Rete e ai cittadini. Contro il nuovo fascismo che avanza… Resistenza ad oltranza!!!