Partito della Rifondazione Comunista

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Povertà in tuta blu

Nicola | 7 febbraio 2010

«Rancore». Loris Campetti, sulla prima pagina del manifesto del 29 gennaio, ha evocato la parola chiave per capire molte cose dell’Italia di oggi. Anzi, sotto il significativo titolo «La politica non sale sui tetti», ha usato un’espressione ancor più impronunciabile: «rancore operaio». Lo so che la cosa non piacerà quasi a nessuno, né alla destra né alla sinistra, a cominciare da tanti operaisti in stand by. Ma ci apre la porta alla comprensione di molti aspetti della nostra contemporaneità opaca, altrimenti indecifrabili. Dell’imbarbarimento civile del nord, tanto per cominciare, del nordest con i suoi sindaci xenofobi, ma anche del nordovest, l’antico triangolo industriale, ieri tradizionale area d’insediamento sociale della sinistra «lavorista» oggi territorio di conquista della Lega. Del degrado camorristico-mafioso di gran parte del sud, e del disfacimento morale assolutamente bipartisan di quasi tutta la sua classe dirigente. Della stessa evaporazione rapida della sinistra nazionale, fino al punto dell’afasia e dell’atrofia politica attuale. E dell’apparentemente inspiegabile assenza di conflitti sociali, collettivi, pur in una situazione in cui la crisi morde sul vivo.
Il rancore è un sentimento «sociale». È una passione «da poveri». Da chi è messo all’angolo. Alimenta, appunto, le «guerre tra poveri»: i conflitti orizzontali sul fondo della piramide sociale. E gli operai italiani sono, oggi, poveri. Anzi – cosa forse ancor peggiore – sono degli «impoveriti». Basta dare un’occhiata alle statistiche, che non piacciono al governo, ma ne spiegano con la loro crudezza la fortuna elettorale, per comprenderlo. La più recente rilevazione disponibile – il Rapporto della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale – ci dice che l’incidenza della povertà relativa tra le famiglie operaie aveva raggiunto, nel 2008 (quando dunque la crisi era appena all’inizio) il livello record del 14,5%, che al sud sale addirittura al 20,7%. Il che significa che qui una famiglia su cinque, il cui capofamiglia sia operaio, è costretta a vivere con una spesa mensile media inferiore di almeno la metà rispetto a quella nazionale.
Se poi dalla «povertà relativa» si passa all’indicatore di «povertà assoluta» – il quale misura il numero di coloro che non possono permettersi neppure una quantità minima di beni e servizi giudicati indispensabili per una vita dignitosa: cibo, vestiario, medicine, trasporti -, le cose vanno persino peggio. Dall’analisi «per gruppi» condotta dall’Istat sul milione e duecentomila famiglie italiane censite come «assolutamente povere», al fine di individuarne la composizione, risulta che quasi la metà di esse è costituita da lavoratori – in prevalenza dipendenti, ma non solo – o comunque da famiglie in cui la «persona di riferimento» svolge un lavoro. Si tratta, per un buon numero (170.000 famiglie, pari al 15,1% del totale) di «coppie monoreddito operaie con figli minori residenti nel Mezzogiorno» e per un’altra elevata percentuale (più dell’11%, oltre 124.000 famiglie) di «single e monogenitori operai del centronord»! Ma vi compaiono anche 110.000 famiglie composte da «coppie monoreddito di lavoratori in proprio con figli minori» (il 9,8%) e quasi altrettante (93.000, l’8,3% del totale) con capofamiglia impiegato o persino piccolo imprenditore, con un elevato numero di figli minori a carico e residenza al sud. A cui va aggiunta la massa, certamente più consistente, delle povertà occulte: di chi non è censibile «ufficialmente» come povero, in base all’entità formale del reddito o del consumo, ma di fatto lo è perché appesantito dalle rate del mutuo o del credito al consumo, da una separazione, un divorzio, una terapia relativamente costosa. O semplicemente da uno stile di vita diventato economicamente incompatibile col proprio bilancio ma socialmente irrinunciabile, pena la perdita delle relazioni primarie.
Sono, tutte, figure sociali che fino a pochi anni fa si consideravano «garantite». Che venivano viste socialmente – e si vedevano, soggettivamente – al di sopra e al di fuori del rischio-povertà. Per le quali l’orizzonte sociale era stato, a lungo, quello della crescita, di reddito e di status. E che ora si scoprono, quasi d’improvviso, su un piano inclinato. Misurano sulla propria possibilità di accesso a beni e servizi essenziali, una «caduta» che stentano ad ammettere. E che si sforzano di mascherare. Ma che viene per molti versi da lontano. E che ha a che fare – anche se è difficile, per chi la subisce, decifrarla così – con la pesante, silenziosa ma nella sostanza destabilizzante, sconfitta politica e sociale che il lavoro ha subito nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Non solo in Italia, certo. Ma in Italia in forma particolarmente severa.
Basta dare un’occhiata alla dinamica salariale, per avere immediatamente la misura dello spostamento di potere sociale verificatosi nel periodo. L’Ocse ci colloca oggi al 23° posto nella classifica annuale delle retribuzioni nei suoi trenta paesi aderenti, davanti soltanto a Repubblica Ceca, Ungheria, Messico, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Turchia. I salari lordi italiani sono in media sotto del 16% rispetto all’area Ocse e del 32% rispetto all’area Euro. Quelli netti, a causa dell’elevato peso degli oneri fiscali, ancor peggio: secondo l’Eurispes «il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, del 32% a quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco». Sempre secondo questa fonte percepirebbe addirittura, in busta paga, il 19% in meno di un greco, e il 14% di uno spagnolo. Certo è che se si tiene conto che la testa della classifica, per salario netto, è occupata dalla Corea con 39.931 dollari annui, seguita dal Regno Unito con 38.147 e dalla Svizzera con 36.000, il lavoratore italiano con i suoi 21.374 dollari (circa 15.300 euro) appare davvero un paria.
Non era così fino agli anni Novanta, quando la remunerazione del lavoro in Italia stava 5 o 6 punti sopra la media europea. Dietro ai numeri, dunque, e al loro declino verso il basso, si nasconde un contemporaneo spostamento laterale, dal centro alla periferia, dal protagonismo al silenzio, degli uomini che dietro a quei numeri stanno. Di quel mondo del lavoro di cui si era celebrata la «centralità» nella fase matura del Novecento, e di cui è andato in scena l’oscuramento nel passaggio di secolo. Sono loro che hanno perso. Uno studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) calcola in numerosi punti percentuali di Pil la quota di ricchezza sociale passata dal monte salari ai profitti delle imprese tra l’inizio degli anni ’80 e il 2005 nei paesi sviluppati. Per l’Italia si tratta di ben 8 punti: una cifra enorme, pari all’incirca a 120 miliardi di euro, 7.000 euro per ognuno dei 17 milioni di lavoratori dipendenti. La misura di un processo silenzioso ma brutale di emarginazione.
Stupisce che ora chi fino a meno di una generazione fa era considerato e si considerava al centro dell’universo sociale e ora non viene neppure più «visto» (a meno che non esponga il proprio corpo e la propria vita su un tetto o una gru), né «nominato» da quella stessa sinistra che sulla retorica operaia aveva costruito la propria fortuna politica, nutra rancore? Che provi anche un suo particolare gusto nell’abbandono degli antichi compagni? Un’ostentazione di wildness. Un perverso uso del politicamente scorretto, quando il mito dell’«assalto a cielo» cade nel fango, e rimane ormai solo il trash del rito celtico padano, e l’urlo gutturale della ronda leghista, a marcare un brandello di soggettività? O il rassegnato abbandono al patronnage di un padrino di camorra, in una cintura flegrea? O, infine, il sogno perverso dell’uscita verticale attraverso il cubo di un night e un ripostiglio del Grande fratello?
Da “Il Manifesto”

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Lavoro
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Le Imprese Italiane sono Straniere

Nicola | 1 febbraio 2010
Crescono gli imprenditori immigrati: in nove mesi avviate 28.622 nuove aziende
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 Oggi alle 17.44

Nei primi tre trimestri del 2009 risultano alle Camere di commercio italiane 9.137 imprese in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Più iscrizioni a Milano. Seguono Roma e Torino

Roma, 31 gen. – Crescono le imprese guidate da immigrati nel nostro paese. Nei primi 9 mesi del 2009 sono stati poco meno di 29.000 (per l’esattezza 28.622) gli stranieri che hanno aperto un’impresa individuale iscrivendo i loro nomi nei registri delle Camere di commercio (71 in più rispetto ai primi 9 mesi del 2008), mentre 19.485 sono stati quelli che hanno chiesto di cancellarlo (3.238 in più dello dell’anno scorso). E’ quanto emerge -apprende l’Adnkronos- dalla rilevazione trimestrale condotta per conto di Unioncamere da InfoCamere, la società consortile di informatica delle Camere di Commercio italiane

Il saldo dei primi nove mesi del 2009 è dunque in attivo risultando pari a 9.137 unità (per lo stesso intervallo di tempo dello scorso anno è stato di 12.304). Anche sugli immigrati si fa sentire l’effetto negativo della crisi con un aumento delle cessazioni del 19,9%. La relativa frenata della vitalità degli immigrati, comunque, non colpisce le aperture, aumentate dello 0,2% rispetto ai primi nove mesi del 2008.

Dal punto di vista territoriale è la provincia di Milano che, nei primi nove mesi del 2009, ha fatto registrare il più alto numero di iscrizioni di imprese con titolare immigrato con 2.239 unità seguita da Roma (1.905 imprese) e Torino (1.372). Enna (17 unità), Oristano (22) e Isernia (31) sono invece le province con il minor numero di iniziative individuali avviate nel corso dei primi nove mesi del 2009. E’ da notare che in termini di saldo tra nuove aperture e chiusure è la Capitale che sale sul gradino più alto del podio con quasi 1.000 nuove imprese in più nel periodo (+971 unità), seguita da Torino (+566) e da Prato (+475).

Quasi la metà (per l’esattezza il 48,6%) di tutte le nuove iscrizioni dei primi tre trimestri del 2009 si devono ai cittadini di tre paesi: nell’ordine, si tratta di Cina (5.352 i titolari nati nell’impero di mezzo, il 18,7% delle nuove iniziative), Marocco (5.143) ed Albania (3.439). Le nuove aperture si concentrano per il 39% nel commercio (11.122 unità), segue il contributo del settore delle costruzioni (7.863 nuove aperture) e, più a distanza, quello delle attività manifatturiere (3.930).

Fonte:
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Crescono-gli-imprenditori-immigrati-in-nove-mesi-avviate-28622-nuove-aziende_4257291325.html

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Lavoro, Migranti
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Gli stipendi italiani (e i soldi delle Banche)

Nicola | 30 gennaio 2010

Nove persone su dieci sono critiche verso le banche Rapporto Eurispes: «Gli stipendi italiani tra i più bassi dei Paesi industrializzati»L’Italia occupa il ventitreesimo posto sui trenta dell’Ocse. E l’affitto può assorbire tutto il budget familiareMILANO – Gli stipendi italiani sono tra i più bassi dei Paesi industrializzati. «Dalla classifica 2008 relativa alle economie che fanno parte dell’Ocse emerge che, a parità di potere d’acquisto, l’Italia occupa il ventitreesimo posto sui trenta paesi monitorati, con un salario medio netto annuo che ammonta a 21.374 dollari, pari a poco più di 14.700 euro». È quanto si legge nel “Rapporto Eurispes Italia 2010.  

LA CLASSIFICA - «Tra i paesi con il maggior salario medio netto annuo per un lavoratore senza carichi familiari si collocano tra i primi dieci: Corea del Sud (39.931 dollari), Regno Unito (38.147), Svizzera (36.063), Lussemburgo (36.035), Giappone (34.445), Norvegia (33.413), Australia (31.762), Irlanda (31.337), Paesi Bassi (30.796) e Usa (30.774) – continua l’Eurispes – Il nostro Paese con 21.374 dollari occupa invece la ventitreesima posizione. «Volendo fare un paragone con gli altri cittadini europei, il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, guadagna il 32% in meno di quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 19% in meno di un greco, il 18% in meno del cittadino francese e il 14% in meno di quello spagnolo. I lavoratori italiani incassano dunque ogni anno retribuzioni medie tra le più basse dei paesi industrializzati, mediamente il 17% in meno della media Ocse, il cui valore è pari a 25.739 dollari». 

LA CRISI – Il rapporto Eurispes, come sempre, scatta un’istantanea del nostro Paese sotto molti punti di vista. Sempre analizzando il quadro economico italiano, la ricerca rivela che nonostante la crisi «galoppante» a livello mondiale, il sistema produttivo italiano ha registrato un aumento delle imprese di 28mila unità nel secondo trimestre del 2009. Aumento che ha riguardato per lo più imprese individuali con titolari non giovanissimi, visto che la percentuale di giovani imprenditori con età inferiore ai 30 anni è diminuita, mentre è aumentata quella relativa alla fascia di imprenditori tra i 30 e i 49 anni. E sono in particolare le «imprese rosa» quelle che resistono meglio alla crisi.   

AFFITTI – L’Eurispes si occupa anche di redditi familiari, sottolineando che un affitto ormai può pesare sul budget di una famiglia con un reddito annuo di 20 mila euro l’anno e che abita in una zona centrale fino al 116 per cento. L’Eurispes confronta il canone di locazione annuo medio di otto città (zona centrale o periferica) con un reddito lordo disponibile di 20 mila o 30 mila euro. Una famiglia con un reddito annuo di 20mila euro che volesse vivere in una zona urbana centrale di una delle otto città considerate, afferma l’Istituto, dovrebbe destinare al pagamento del solo canone di locazione (escluse quindi le spese accessorie), una percentuale del proprio reddito compresa tra il 24,8% e il 116,6%, mentre in zona periferica la stessa percentuale varierebbe dal 20,2% e il 67,5% (rispettivamente Palermo e Roma). L’incidenza del canone di locazione su un reddito di 30mila euro l’anno «risulterebbe, ovviamente, inferiore, ma tutt’altro che trascurabile», si sottolinea nel Rapporto: Varierebbe, infatti, tra il 16,6% e il 77,8% in una zona urbana centrale e tra il 13,4% e il 45% in periferia (rispettivamente Palermo e Roma). Inoltre, una famiglia su tre non arriva a fine mese. L’Eurispes rileva però «segnali di ripresa» perché diminuiscono gli italiani che devono »raschiare il fondo del barile» o che hanno difficoltà a pagare il mutuo o l’affitto. Rispetto allo scorso anno, spiega l’Eurispes, sono in diminuzione le famiglie che hanno necessità di utilizzare i risparmi familiari (42,9% del 2010 contro il 51,2% del 2009) o che hanno difficoltà a pagare la rata del mutuo (23,3% del 2010 contro il 34,3% del 2009) o il canone d’affitto (18,1% del 2010 contro il 23,1% del 2009). Il 30,8% delle famiglie italiane inoltre, riesce a risparmiare qualcosa. 

BANCHE – La maggioranza degli italiani, sottolinea ancora l’Eurispes, è critica verso le banche: per l’86,1%, quasi 9 su 10, gli istituti non sono in grado di farsi carico delle necessità delle famiglie. Per quanto riguarda l’onerosità dei prestiti bancari, il giudizio degli italiani è «decisamente negativo»: quasi la metà (45,7%) di coloro che hanno avuto accesso al credito «negli ultimi tre anni ritiene che il tasso di interesse applicato sia alto» e solo uno su tre (32,3%) ritiene viceversa che sia «adeguato». L’86,1% ritiene che il sistema bancario italiano non sia «in alcun modo o poco in grado di farsi carico dei problemi e delle necessità delle famiglie (rispettivamente il 46,6% e il 39,5%)», mentre solo l’8,8% pensa che sia abbastanza in grado e solo lo 0,7% molto in grado. Il 55,2% degli italiani è inoltre «molto convinto» che le banche diano credito solo a chi dimostra già di possedere beni, mentre il 33,6% ne è comunque abbastanza convinto. 

Da “Corriere della Sera

on line” 

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Carpigiani non rinnova i contratti a termine.

Alan Signani | 27 aprile 2009

La crisi investe sempre di più il tessuto produttivo locale, centinaia di posti di lavoro persi, ed altri ancora a  rischio con aumenti spropositati nell’utilizzo della cassa integrazione.
Il Partito della Rifondazione Comunista ritiene non più rimandabile un’approfondimento sull’estensione degli ammortizzatori sociali anche a quelle categorie che attualmente ne sono escluse. I terministi della Carpigiani, le loro famiglie, sono l’ultimo episodio di questa emergenza taciuta o sminuita da tutti i media.
Esprimendo solidarietà a quei lavoratori che attualmente sono in lotta per la salvaguardia di tutti i posti di lavoro, non possiamo non sottolineare che chi paga questo stato di crisi sono sempre e solo i lavoratori, e fra questi i più deboli, i meno tutelati, ovvero i precari, sono i primi a farne le spese.
A peggiorare la crisi, non possiamo non notare che questo periodo sta collimando con innumerevoli ristrutturazioni aziendali volte al mantenimento dei livelli produttivi diminuendo il fattore lavoro. Peggiorano le condizioni di lavoro, si erodono i diritti dei lavoratori e si pongono le basi per la fine della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro. Davanti a tutto questo è doveroso pensare a forme alternative di sviluppo, eco e socio compatibili, senza le quali la crisi finirà per essere elemento globale e permanente di sfruttamento dei più deboli.
Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori della Carpigiani in lotta contro le decisioni della dirigenza, un reale esempio di solidarietà fra lavoratori, auspicando che le parti sociali tornino al dialogo al fini di porre in essere tutte le soluzioni alternative all’ennesima riduzione di personale.

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Lavoro
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Cassa di resistenza

Alan Signani | 20 marzo 2009

Il Partito della Rifondazione Comunista di Forlì, con l’obiettivo di dare concretamente un segnale ai lavoratori in difficoltà,  ha raccolto 690,00 euro, con una cena sociale di autofinanziamento. I fondi raccolti, arrotondati a 1000,00 euro dalla Federazione di Forlì, costituiscono una cassa di resistenza a disposizione dei lavoratori del territorio, impegnati nelle diverse vertenze, per affrontare le spese di organizzazione delle lotte. E’ sicuramente una cifra molto modesta ed insufficiente a fronteggiare la grave crisi che sta investendo il paese a tutti i livelli, ma è comunque un gesto di solidarietà che marca l’intenzione di sostenere i lavoratori, i più colpiti dalla crisi.
FEDERAZIONE PRC-SE DI FORLI’

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Comunicati Stampa, Lavoro
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13 febbraio/1. Rinaldini (Fiom): “Siamo in piena emergenza sociale. Per rispondere alla crisi servono democrazia e solidarietà, non intolleranza e autoritarismo”

Alan Signani | 16 febbraio 2009

“Ce l’abbiamo fatta, ce l’avete fatta.” Ha esordito così il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, rivolgendosi, dal palco del comizio conclusivo, ai lavoratori metalmeccanici e della funzione pubblica che gremivano piazza San Giovanni in occasione della manifestazione nazionale organizzata a Roma dalla Fiom-Cgil e dalla Fp-Cgil.
“La crisi economica – ha affermato Rinaldini – ha determinato nel nostro Paese una vera e propria emergenza sociale. Centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori, posti in Cassa integrazione, percepiscono fra i 700 e gli 800 euro al mese. E questo non avviene per un solo mese, ma per più mesi consecutivi. Ci sono quindi centinaia di migliaia di famiglie che non sanno come fronteggiare un simile crollo del proprio reddito.” Leggi il resto dell’articolo »

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Lavoro
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SE CI SEI.. SCENDI IN PIAZZA!

Alan Signani | 5 febbraio 2009

di Gianluca Camerani, estratto di Altriritmi n°10 , foglio di informazione degli operai Elettrolux Forlì mese di gennaio 2009

Gia mi sembra di sentirvi: “A cosa serve scioperare tanto fanno quello che vogliono!”; “Siamo già in cassa integrazione, faccciamo solo un favore all’azienda!”; “Non riesco a pagare il mutuo, io il 13 vengo a lavorare”. Siamo in un paese democratico (ahahah buona questa) quindi ognuno è libero di pensare con la testa degli altri. Io questa piccola responsabilità me la voglio prendere: sarò a Roma il 13 febbraio, a ingrossare le fila di chi pensa che sia possibile un mondo economico diverso. Sarà perchè mi vogliono abbassare la paga con il nuovo modello contrattuale, sarà perchè il Ministro Tremonti ha già detto che la sanità pubblica è insostenibile, sarà perchè non ho detto io ai comuni italiani di giocare in borsa con le mie tasse, sarà perchè l’ultimo dei miei problemi è che Napolitano possa o meno andare in galera,
sarà perchè il papa fa i cavoli suoi col mio 8 per mille e si lamenta pure, sarà perchè invece di cacciare gli extracomunitari potrebbero usare l’8 per mille per nuove case popolari e abbassare gli affitti, sarà perchè sono stufo della politica contrattuale dell’ “alzo la camicia e ti abbasso i pantaloni”, sarà perchè Eluana Englaro è ancora viva nonostante la sua volontà, sarà perchè mi viene l’orchite ogni volta che vedo un telegiornale, sarà perchè spero ancora che il numero faccia la forza, sarà perchè il lavoro nobilita, ma la povertà impoverisce, sarà perchè ho voglia di dignità, sarà perchè non ho qualcosa di meglio in cui sperare. Non mi aspetto di cambiare il mondo, ma voglio far sapere a chi prova a prendermi per i fondelli che io mi sono svegliato!

sciopero generale 13 febbraio

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NO ALL’ACCORDO SEPARATO CHE TAGLIA I SALARI E CANCELLA IL CONTRATTO NAZIONALE

Alan Signani | 5 febbraio 2009

Estratto di Altriritmi n°10 , foglio di informazione degli operai Elettrolux Forlì mese di gennaio 2009

Allegato di Altriritmi n° 10: SPECIALE NUOVO MODELLO CONTRATTUALE

Icona_AcrobatSCARICA

Il 22 gennaio il Governo, la Confindustria, Cisl, Uil e Ugl hanno sottoscritto un accordo sulla riforma del sistema contrattuale che la Cgil non ha firmato e che la Fiom giudica profondamente negativo, perché: 1. Si programma la riduzione dei salari, perché: – i salari nel contratto nazionale si dovranno contrattare ogni 3 anni invece che ogni 2, senza nessuna garanzia che le imprese debbano rispettare le scadenze o dare gli arretrati; – sarà obbligatorio chiedere aumenti sulla base dell’indice deciso da un ente terzo, senza aggiungere un centesimo; – da questo indice dovrà essere tolto l’aumento del costo dell’energia, per cui comunque le richieste dovranno essere sotto l’inflazione reale (come se i lavoratori non pagassero gli aumenti del gas, dell’elettricità, della benzina, ecc.!); Leggi il resto dell’articolo »

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