Partito della Rifondazione Comunista

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No al Governo dei Banchieri!!!

Nicola | 9 dicembre 2011

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Europa, Lavoro, PRC
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Il lavoro: Bene Comune!

Nicola | 24 luglio 2011

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Lavoro, PRC
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SE CEDI UN DITO… TI PRENDONO UN BRACCIO

Nicola | 17 gennaio 2011

IN VISTA DELLO SCIOPERO GENERALE DEL 27 GENNAIO

Incotro FIOM

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Iniziative, Lavoro, PRC
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La Federazione della Sinistra è a fianco della FIOM

Nicola | 31 dicembre 2010

La Federazione della Sinistra è a fianco della FIOM nella lotta per la democrazia e per la dignità dei lavoratori. L’accordo separato per lo stabilimento torinese è un sistema autoritario che esclude il confronto con l’azienda e cancella la libertà dei lavoratori sul luogo di lavoro. Per la prima volta, infatti, si elimina l’esistenza del contratto nazionale e si ledono i diritti fondamentali dei lavoratori, impendendo loro di scegliersi liberamente le proprie rappresentanze sindacali.
Un accordo indifendibile e vergognoso, quello che vede, dopo Pomigliano, il no della FIOM CGIL al piano per lo stabilimento FIAT di Mirafiori. Il 23 dicembre a Torino è stato firmato l’ennesimo accordo separato tra azienda e sindacati asserviti a Marchionne. Il piano presentato dall’azienda automobilistica prevedeva modifiche peggiorative su turni, assenze, pause e straordinari. Si riducono, in pratica, le garanzie per i lavoratori e si conferma che non si vogliono pagare i primi giorni di malattia, con sanzioni che possono arrivare fino al licenziamento per i lavoratori che dovessero decidere di scioperare. Inoltre, non solo le due newco che nascono a Mirafiori e Pomigliano saranno fuori da Confindustria, e quindi dagli accordi sottoscritti tra le rappresentanze sindacali e quelle degli industriali, ma di fatto vi sarà una totale esclusione, al loro interno, dalle rappresentanze aziendali (RSA) della FIOM, in quanto non firmataria di questo contratto capestro.

Così facendo, si lede la libertà di ogni singolo lavoratore di aderire all’organizzazione sindacale che meglio lo può rappresentare e che più si batte per i suoi diritti. Insomma,

siamo di fronte ad un vero e proprio ricatto, perciò il referendum in queste condizioni è illegittimo e propagandistico,  in quanto ai lavoratori si chiede di rinunciare ai propri diritti, a partire dal diritto ad un lavoro dignitoso, e non di scegliere tra due opzioni ragionevoli.

Questo accordo quindi mina dalle fondamenta i diritti sanciti dalla nostra Costituzione e sostituisce, nei rapporti di lavoro, l’autoritarismo del più forte alla democrazia. Anche da un punto di vista economico la diminuzione dei diritti o il taglio delle pause non porterà benefici, una maggiore produttività del lavoro si realizza con maggiori investimenti in tecnologia e formazione, e non certo esasperando i ritmi di lavoro, forieri, tra l’altro, solo di maggiori incidenti e malattie derivate da stress e alienazione, le quali ricadono, guarda caso, sulla fiscalità generale.

La Federazione della Sinistra di fronte a questo oltraggio democratico è a fianco della Fiom e dell’intera CGIL e farà ogni sforzo affinché i cittadini prendano coscienza della posta in gioco e delle nefaste ripercussioni su tutti i lavoratori italiani che un simile accordo, contro il contratto nazionale, sta già portando in tutti i settori produttivi. Non si tratta solo dei diritti dei lavoratori metalmeccanici ma se dovesse passare questo modello autoritario ed ottocentesco le stesse libertà sostanziali verrebbero meno.

Stiamo assistendo alla progressiva corrosione, in tutti gli ambiti, dei diritti (lavoro dignitoso e sicuro, scuola pubblica, sanità pubblica, salari e pensioni che possano garantire una vita decente, servizi sociali adeguati, ecc.), cioè di tutti quegli elementi che costituiscono una nazione civile e democratica; per questo la battaglia dei metalmeccanici della Fiat è una battaglia di tutti.

Coordinamento Federazione della Sinistra di Forlì

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La Federazione della Sinistra sostiene la Manifestazione della FIOM del 16 ottobre

Nicola | 8 ottobre 2010

Il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha chiesto alle forze politiche di dire da che parte stanno: se dalla parte della difesa del contratto nazionale o meno.

Siamo d’accordo, è necessaria chiarezza.

Noi della Federazione della Sinistra stiamo dalla parte della difesa del contratto nazionale, ed è per questo che aderiamo e ci mobiliteremo – anche a Forlì - per la manifestazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici indetta dalla Fiom per il 16 ottobre.

Proprio perché è in corso un duplice massiccio  attacco che non ha  precedenti ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e alla Costituzione, è necessario fare del 16 ottobre una grande manifestazione di popolo.

Nicola Candido

portavoce della Federazione della Sinistra di Forlì

Tesei Roberto

segretario Pdci Federazione di Forlì

Ruscelli Luciano

segretario Prc Federazione di Forlì

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Comunicati Stampa, Lavoro
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Crisi e politica economica: le sfide della Sinistra.

Nicola | 16 febbraio 2010

Collegamento intervista

INTERVENTO DI RICCARDO BELLOFIORE

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Lavoro, PRC
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Povertà in tuta blu

Nicola | 7 febbraio 2010

«Rancore». Loris Campetti, sulla prima pagina del manifesto del 29 gennaio, ha evocato la parola chiave per capire molte cose dell’Italia di oggi. Anzi, sotto il significativo titolo «La politica non sale sui tetti», ha usato un’espressione ancor più impronunciabile: «rancore operaio». Lo so che la cosa non piacerà quasi a nessuno, né alla destra né alla sinistra, a cominciare da tanti operaisti in stand by. Ma ci apre la porta alla comprensione di molti aspetti della nostra contemporaneità opaca, altrimenti indecifrabili. Dell’imbarbarimento civile del nord, tanto per cominciare, del nordest con i suoi sindaci xenofobi, ma anche del nordovest, l’antico triangolo industriale, ieri tradizionale area d’insediamento sociale della sinistra «lavorista» oggi territorio di conquista della Lega. Del degrado camorristico-mafioso di gran parte del sud, e del disfacimento morale assolutamente bipartisan di quasi tutta la sua classe dirigente. Della stessa evaporazione rapida della sinistra nazionale, fino al punto dell’afasia e dell’atrofia politica attuale. E dell’apparentemente inspiegabile assenza di conflitti sociali, collettivi, pur in una situazione in cui la crisi morde sul vivo.
Il rancore è un sentimento «sociale». È una passione «da poveri». Da chi è messo all’angolo. Alimenta, appunto, le «guerre tra poveri»: i conflitti orizzontali sul fondo della piramide sociale. E gli operai italiani sono, oggi, poveri. Anzi – cosa forse ancor peggiore – sono degli «impoveriti». Basta dare un’occhiata alle statistiche, che non piacciono al governo, ma ne spiegano con la loro crudezza la fortuna elettorale, per comprenderlo. La più recente rilevazione disponibile – il Rapporto della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale – ci dice che l’incidenza della povertà relativa tra le famiglie operaie aveva raggiunto, nel 2008 (quando dunque la crisi era appena all’inizio) il livello record del 14,5%, che al sud sale addirittura al 20,7%. Il che significa che qui una famiglia su cinque, il cui capofamiglia sia operaio, è costretta a vivere con una spesa mensile media inferiore di almeno la metà rispetto a quella nazionale.
Se poi dalla «povertà relativa» si passa all’indicatore di «povertà assoluta» – il quale misura il numero di coloro che non possono permettersi neppure una quantità minima di beni e servizi giudicati indispensabili per una vita dignitosa: cibo, vestiario, medicine, trasporti -, le cose vanno persino peggio. Dall’analisi «per gruppi» condotta dall’Istat sul milione e duecentomila famiglie italiane censite come «assolutamente povere», al fine di individuarne la composizione, risulta che quasi la metà di esse è costituita da lavoratori – in prevalenza dipendenti, ma non solo – o comunque da famiglie in cui la «persona di riferimento» svolge un lavoro. Si tratta, per un buon numero (170.000 famiglie, pari al 15,1% del totale) di «coppie monoreddito operaie con figli minori residenti nel Mezzogiorno» e per un’altra elevata percentuale (più dell’11%, oltre 124.000 famiglie) di «single e monogenitori operai del centronord»! Ma vi compaiono anche 110.000 famiglie composte da «coppie monoreddito di lavoratori in proprio con figli minori» (il 9,8%) e quasi altrettante (93.000, l’8,3% del totale) con capofamiglia impiegato o persino piccolo imprenditore, con un elevato numero di figli minori a carico e residenza al sud. A cui va aggiunta la massa, certamente più consistente, delle povertà occulte: di chi non è censibile «ufficialmente» come povero, in base all’entità formale del reddito o del consumo, ma di fatto lo è perché appesantito dalle rate del mutuo o del credito al consumo, da una separazione, un divorzio, una terapia relativamente costosa. O semplicemente da uno stile di vita diventato economicamente incompatibile col proprio bilancio ma socialmente irrinunciabile, pena la perdita delle relazioni primarie.
Sono, tutte, figure sociali che fino a pochi anni fa si consideravano «garantite». Che venivano viste socialmente – e si vedevano, soggettivamente – al di sopra e al di fuori del rischio-povertà. Per le quali l’orizzonte sociale era stato, a lungo, quello della crescita, di reddito e di status. E che ora si scoprono, quasi d’improvviso, su un piano inclinato. Misurano sulla propria possibilità di accesso a beni e servizi essenziali, una «caduta» che stentano ad ammettere. E che si sforzano di mascherare. Ma che viene per molti versi da lontano. E che ha a che fare – anche se è difficile, per chi la subisce, decifrarla così – con la pesante, silenziosa ma nella sostanza destabilizzante, sconfitta politica e sociale che il lavoro ha subito nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Non solo in Italia, certo. Ma in Italia in forma particolarmente severa.
Basta dare un’occhiata alla dinamica salariale, per avere immediatamente la misura dello spostamento di potere sociale verificatosi nel periodo. L’Ocse ci colloca oggi al 23° posto nella classifica annuale delle retribuzioni nei suoi trenta paesi aderenti, davanti soltanto a Repubblica Ceca, Ungheria, Messico, Nuova Zelanda, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Turchia. I salari lordi italiani sono in media sotto del 16% rispetto all’area Ocse e del 32% rispetto all’area Euro. Quelli netti, a causa dell’elevato peso degli oneri fiscali, ancor peggio: secondo l’Eurispes «il lavoratore italiano percepisce un compenso salariale che è inferiore del 44% rispetto al dipendente inglese, del 32% a quello irlandese, il 28% in meno di un tedesco». Sempre secondo questa fonte percepirebbe addirittura, in busta paga, il 19% in meno di un greco, e il 14% di uno spagnolo. Certo è che se si tiene conto che la testa della classifica, per salario netto, è occupata dalla Corea con 39.931 dollari annui, seguita dal Regno Unito con 38.147 e dalla Svizzera con 36.000, il lavoratore italiano con i suoi 21.374 dollari (circa 15.300 euro) appare davvero un paria.
Non era così fino agli anni Novanta, quando la remunerazione del lavoro in Italia stava 5 o 6 punti sopra la media europea. Dietro ai numeri, dunque, e al loro declino verso il basso, si nasconde un contemporaneo spostamento laterale, dal centro alla periferia, dal protagonismo al silenzio, degli uomini che dietro a quei numeri stanno. Di quel mondo del lavoro di cui si era celebrata la «centralità» nella fase matura del Novecento, e di cui è andato in scena l’oscuramento nel passaggio di secolo. Sono loro che hanno perso. Uno studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) calcola in numerosi punti percentuali di Pil la quota di ricchezza sociale passata dal monte salari ai profitti delle imprese tra l’inizio degli anni ’80 e il 2005 nei paesi sviluppati. Per l’Italia si tratta di ben 8 punti: una cifra enorme, pari all’incirca a 120 miliardi di euro, 7.000 euro per ognuno dei 17 milioni di lavoratori dipendenti. La misura di un processo silenzioso ma brutale di emarginazione.
Stupisce che ora chi fino a meno di una generazione fa era considerato e si considerava al centro dell’universo sociale e ora non viene neppure più «visto» (a meno che non esponga il proprio corpo e la propria vita su un tetto o una gru), né «nominato» da quella stessa sinistra che sulla retorica operaia aveva costruito la propria fortuna politica, nutra rancore? Che provi anche un suo particolare gusto nell’abbandono degli antichi compagni? Un’ostentazione di wildness. Un perverso uso del politicamente scorretto, quando il mito dell’«assalto a cielo» cade nel fango, e rimane ormai solo il trash del rito celtico padano, e l’urlo gutturale della ronda leghista, a marcare un brandello di soggettività? O il rassegnato abbandono al patronnage di un padrino di camorra, in una cintura flegrea? O, infine, il sogno perverso dell’uscita verticale attraverso il cubo di un night e un ripostiglio del Grande fratello?
Da “Il Manifesto”

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Lavoro
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Le Imprese Italiane sono Straniere

Nicola | 1 febbraio 2010
Crescono gli imprenditori immigrati: in nove mesi avviate 28.622 nuove aziende
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 Oggi alle 17.44

Nei primi tre trimestri del 2009 risultano alle Camere di commercio italiane 9.137 imprese in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Più iscrizioni a Milano. Seguono Roma e Torino

Roma, 31 gen. – Crescono le imprese guidate da immigrati nel nostro paese. Nei primi 9 mesi del 2009 sono stati poco meno di 29.000 (per l’esattezza 28.622) gli stranieri che hanno aperto un’impresa individuale iscrivendo i loro nomi nei registri delle Camere di commercio (71 in più rispetto ai primi 9 mesi del 2008), mentre 19.485 sono stati quelli che hanno chiesto di cancellarlo (3.238 in più dello dell’anno scorso). E’ quanto emerge -apprende l’Adnkronos- dalla rilevazione trimestrale condotta per conto di Unioncamere da InfoCamere, la società consortile di informatica delle Camere di Commercio italiane

Il saldo dei primi nove mesi del 2009 è dunque in attivo risultando pari a 9.137 unità (per lo stesso intervallo di tempo dello scorso anno è stato di 12.304). Anche sugli immigrati si fa sentire l’effetto negativo della crisi con un aumento delle cessazioni del 19,9%. La relativa frenata della vitalità degli immigrati, comunque, non colpisce le aperture, aumentate dello 0,2% rispetto ai primi nove mesi del 2008.

Dal punto di vista territoriale è la provincia di Milano che, nei primi nove mesi del 2009, ha fatto registrare il più alto numero di iscrizioni di imprese con titolare immigrato con 2.239 unità seguita da Roma (1.905 imprese) e Torino (1.372). Enna (17 unità), Oristano (22) e Isernia (31) sono invece le province con il minor numero di iniziative individuali avviate nel corso dei primi nove mesi del 2009. E’ da notare che in termini di saldo tra nuove aperture e chiusure è la Capitale che sale sul gradino più alto del podio con quasi 1.000 nuove imprese in più nel periodo (+971 unità), seguita da Torino (+566) e da Prato (+475).

Quasi la metà (per l’esattezza il 48,6%) di tutte le nuove iscrizioni dei primi tre trimestri del 2009 si devono ai cittadini di tre paesi: nell’ordine, si tratta di Cina (5.352 i titolari nati nell’impero di mezzo, il 18,7% delle nuove iniziative), Marocco (5.143) ed Albania (3.439). Le nuove aperture si concentrano per il 39% nel commercio (11.122 unità), segue il contributo del settore delle costruzioni (7.863 nuove aperture) e, più a distanza, quello delle attività manifatturiere (3.930).

Fonte:
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Crescono-gli-imprenditori-immigrati-in-nove-mesi-avviate-28622-nuove-aziende_4257291325.html

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