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Il problema dell’analfabetismo funzionale in Italia

Nicola | 26 ottobre 2010
Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare - Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici. Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?

No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia. Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.

Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo. In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.

La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

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L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni ’50 il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento).

Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

***
Diversi lettori e lettrici hanno chiesto quali sono le fonti di questo articolo. Sono due successive indagini internazionali i cui risultati sono stati pubblicati a cura di Vittoria Gallina, ricercatrice del Cede, poi Invalsi, in due volumi, il primo con prefazione di Benedetto Vertecchi: La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli 2000); Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni (Armando editore 2006).
Sulle conseguenze anche economico-produttive del basso livello di alfabetizzazione si vede utilmente Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European Union Technology Policy for Information Society (Springer 2006), di cui è in stampa una seconda edizione aggiornata.

Tullio De Mauro
Fonte:www.internazionale.it
Link: http://www.internazionale.it/firme/print.php?id=18612
Internazionale 734, 6 marzo 2008
* * *
Tullio De Mauro è nato a Torre Annunziata, Napoli, nel 1932, ed è uno dei maggiori studiosi di linguistica italiani. Nel 1963 viene stampata la monumentale “Storia linguistica dell’Italia unita”. Due anni dopo si è imposto all’attenzione dei lettori pubblicando “L’introduzione alla semantica” per l’editore Laterza. Per i problemi che riguardano la semiologia nel 1971 esce “Senso e significato”, Adriatica, Bari, 1977. Dopo aver preparato le voci semiotiche dell’enciclopedia Treccani, e scritto il prezioso volumetto “Minisemantica” (Laterza, 1982) gli studi di De Mauro si sono orientati verso i problemi dell’educazione linguistica. Per gli Editori Riuniti cura la collana dei Libri di base. Oltre al suo “Guida all’uso delle parole” (Editori Riuniti, 1987), altri titoli della collana diventano dei veri best-seller. La sua attività di “studioso militante” non si ferma qui: getta il suo occhio attentissimo sui problemi della scuola. Per un lungo periodo, infatti, è stato anche direttore della rivista “Riforma della scuola”. Insieme ad alcuni suoi allievi, poi, prepara un giornalino, “Due parole”, rivolto alle comunità di anziani, ai ritardati mentali e agli adulti dei corsi di alfabetizzazione. De Mauro insegna filosofia del Linguaggio e dirige il Dipartimento di Scienze del Linguaggio all’Università la Sapienza di Roma. [da "Mediamente"]

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UNA “RIFORMA” CHE RIFORMA NON E’

Nicola | 6 aprile 2010

Il 26 MARZO 2010 è scaduto il termine ultimo per le iscrizioni alla scuola superiore, posticipate di un  mese dal Ministro Gelmini perché potessero essere più informati i futuri membri. Tutt’oggi sappiamo che il testo non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, è ancora alla Corte dei Conti, quindi, i futuri iscritti alla scuola superiore di II GRADO sapranno solo con esattezza a settembre 2010 quale “ tegola “ cadrà su di loro. Ciò che conosciamo sono i tagli al quadro orario attuale con diminuzioni di cattedre per un numero elevatissimo di docenti entro il 2013. Dal 2010/11 gli attuali precari non avranno più possibilità di lavorare ed a questi si aggiunge il personale a tempo indeterminato. I corsi E.D.A. (corsi educazione per gli adulti) e i corsi serali per il conseguimento del diploma per gli studenti lavoratori, verranno devastati. Che strano paese è l’Italia…! Come se non bastasse le ultime consultazioni elettorali hanno dato un maggiore consenso al governo Berlusconi, il maggior partito di opposizione non ha contrastato l’attuale egemonia autoritaria e chi ha cercato di reagire a tutto ciò non ha avuto visibilità. La scuola pubblica di stato, sofferente da anni, sta rantolando. Studenti, genitori, personale docente e non docente, non so se abbiano consapevolezza del momento che stiamo subendo. Un dato è certo da settembre 2010 l’istruzione darà meno offerta formativa, avremo classi numerose, tagli alle discipline di insegnamento dell’area comune e dell’area di indirizzo (anche per chi ha già intrapreso il suo percorso), in alcuni corsi saranno azzerate le materie dell’area di indirizzo e verranno annullati un numero elevato di corsi di studio. Il messaggio è chiaro: avere cittadini sempre meno coscienti della “ lobotomizzazione ” vigente. “ Riforma epocale della scuola “ balbetta “ una pseudo opposizione lanciando slogan senza rispondere ai reali attacchi alla scuola pubblica, ma dichiarando che l’idea di scuola statale è superata: la scuola pubblica è anche quella privata. Affermazione, quest’ultima, tipica di un certo conservatorismo di destra…Beh.! La legge n. 62 del 10 marzo 2000 – Norme sulla parità scolastica – è stata un’operazione di scambio dei democratici popolari all’interno dell’Ulivo. Ricordo ai benpensanti del PD che l’Art.33 della Costituzione, ancora vigente, afferma quanto segue: La Repubblica detta le norme sull’istruzione ed istituisce Scuole Statali per tutti gli ordini e gradi […] Gli Enti Privati hanno diritto ad istituire scuole senza oneri per lo Stato. Come cittadino, genitore e docente rivendico una scuola laica, pluralista e pubblica: la scuola statale è garanzia per tutti.

Marilena  Pallareti – docente scuola superiore II Grado

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RIFONDAZIONE COMUNISTA SOSTIENE LE LOTTE DEL MOVIMENTO STUDENTESCO DI FORLI’

Alan Signani | 30 ottobre 2008

clip_image002Il PRC sta partecipando con estrema curiosità alle mobilitazioni studentesche di questi giorni, rispettando integralmente l’autonomia del movimento. Individuiamo in questo straordinario protagonismo degli studenti una grande capacità di inserire la vicenda specifica della contro-riforma Gelmini e della Legge 133 nel più generale scenario di politica economico-sociale del Governo Berlusconi (emblematico, al riguardo, lo slogan “NOI LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO”).

Al contempo, sosteniamo con vigore la lotta del movimento degli studenti e degli universitari, un movimento che sta dimostrando sul campo di essere maturo, responsabile e consapevole. Sia chiaro a tutti, perciò, che non si tratta dei soliti “facinorosi” o dei soliti “estremisti” e che contrasteremo in ogni modo qualsiasi ipotesi, in questi giorni paventata, di utilizzare la forza contro le legittime proteste. Sebbene la lotta intrapresa sia molto ardua, grazie alle mobilitazioni vi è un pieno coinvolgimento degli studenti, dei lavoratori e delle famiglie e ormai tutti conoscono perfettamente cosa sia la legge 133, la contro-riforma Gelmini o in che maniera la Ministra sia diventata avvocato…

Una battaglia è già vinta, è stata sconfitta l´indifferenza !!!

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