Partito della Rifondazione Comunista

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«Sinistra non entrare in quel recinto»

Nicola | 12 ottobre 2011

Forum di Liberazione con Paolo Ferrero – Fausto Bertinotti – Maurizio Landini – Dino Greco


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14 Dicembre Presidio per la Democrazia – Prefettura di Forlì

Nicola | 11 dicembre 2010

In occasione del voto di fiducia di Martedì 14 Dicembre, la Federazione della Sinistra di Forlì organizza un presidio davanti alla prefettura in nome della DEMOCRAZIA, della GIUSTIZIA e DEL BUON GOVERNO.
L’Italia ha bisogno di risollevarsi e per farlo ha bisogno di SVOLTARE A SINISTRA.

Cancellare quasi un ventennio di berlusconismo quindi è d’obbligo; un ventennio
segnato da malgoverno, interessi e scandali personali con escort e minorenni,
e a farne le spese sono stati tutti gli italiani onesti.
Alle 17:00, in occasione della discussione parlamentare incontriamoci davanti alla
Prefettura, simbolo del Governo qui a Forlì, e facciamo sentire le nostre voci..

LAVORATORI, PRECARI, STUDENTI, RICERCATORI, DISOCCUPATI
MIGRANTI E SEMPLICI CITTADINI ONESTI UNITI PER DIRE BASTA A
QUESTO GOVERNO INUTILE ED AUTORITARIO!

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Il problema dell’analfabetismo funzionale in Italia

Nicola | 26 ottobre 2010
Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare - Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici. Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?

No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia. Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.

Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo. In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.

La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

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L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni ’50 il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento).

Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.

Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.

***
Diversi lettori e lettrici hanno chiesto quali sono le fonti di questo articolo. Sono due successive indagini internazionali i cui risultati sono stati pubblicati a cura di Vittoria Gallina, ricercatrice del Cede, poi Invalsi, in due volumi, il primo con prefazione di Benedetto Vertecchi: La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli 2000); Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni (Armando editore 2006).
Sulle conseguenze anche economico-produttive del basso livello di alfabetizzazione si vede utilmente Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European Union Technology Policy for Information Society (Springer 2006), di cui è in stampa una seconda edizione aggiornata.

Tullio De Mauro
Fonte:www.internazionale.it
Link: http://www.internazionale.it/firme/print.php?id=18612
Internazionale 734, 6 marzo 2008
* * *
Tullio De Mauro è nato a Torre Annunziata, Napoli, nel 1932, ed è uno dei maggiori studiosi di linguistica italiani. Nel 1963 viene stampata la monumentale “Storia linguistica dell’Italia unita”. Due anni dopo si è imposto all’attenzione dei lettori pubblicando “L’introduzione alla semantica” per l’editore Laterza. Per i problemi che riguardano la semiologia nel 1971 esce “Senso e significato”, Adriatica, Bari, 1977. Dopo aver preparato le voci semiotiche dell’enciclopedia Treccani, e scritto il prezioso volumetto “Minisemantica” (Laterza, 1982) gli studi di De Mauro si sono orientati verso i problemi dell’educazione linguistica. Per gli Editori Riuniti cura la collana dei Libri di base. Oltre al suo “Guida all’uso delle parole” (Editori Riuniti, 1987), altri titoli della collana diventano dei veri best-seller. La sua attività di “studioso militante” non si ferma qui: getta il suo occhio attentissimo sui problemi della scuola. Per un lungo periodo, infatti, è stato anche direttore della rivista “Riforma della scuola”. Insieme ad alcuni suoi allievi, poi, prepara un giornalino, “Due parole”, rivolto alle comunità di anziani, ai ritardati mentali e agli adulti dei corsi di alfabetizzazione. De Mauro insegna filosofia del Linguaggio e dirige il Dipartimento di Scienze del Linguaggio all’Università la Sapienza di Roma. [da "Mediamente"]

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Nicola | 12 febbraio 2010

«Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.»

 Enrico Berlinguer

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giovani comunisti
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“Certamente, ora sono comunista!”

Nicola | 2 febbraio 2010

Grande anno il 2010. Credo di aver scoperto più cose di me stessa in questi 29 giorni che nei miei restanti 23 anni di vita. Dicono che quando raggiungi la consapevolezza politica e mentale te ne accorgi. Ed è vero. Inizi seriamente a valutare il tuo pensiero, la tua posizione e soprattutto, il modo per farla emergere.
Certo, scoprire qualcosa che hai sempre negato di essere è sorprendente.
Sono sempre stata definita “comunista” dalla classica ignoranza della gente che non riesce a capire che una persona che appoggia ideali di sinistra non deve necessariamente essere tale. Ricordo che questa denominazione mi infastidiva parecchio e, digrignando i denti rispondevo “Sono democratica!”. Ma, solo ora me ne rendo conto, la mia affermazione era incompleta. SONO UNA DEMOCRATICA COMUNISTA.
Ho sempre rinnegato lo spirito comunista per le colpe storiche di cui anche questa fazione si è macchiata. Solo ora ho capito che non era l’ideale sbagliato, ma le persone che volevano applicarlo per il solito triste motivo: la sete di potere del genere umano. Il sogno comunista è un’attuazione della politica fine a se stessa, come dovrebbe essere. Il vero comunista non aspira a sogni di gloria e potere, perché ciò che lo aggrada è il semplice fluire delle cose.
E spiego.
Il comunista crede che non ci debbano essere distinzioni tra classi sociali, razze e stato culturale. Anzi, è convinto che tutto la popolazione sia necessaria al miglioramento della Nazione stessa. Infatti una società giusta ha fortemente bisogno sia dei dottori che dei braccianti. Degli imprenditori e degli operai. Dei banchieri e dei contadini. C’è posto per tutti in una società che ha voglia di crescere. Non bisogna discriminare nessun ruolo, solo scegliere quale attuare. E, naturalmente, svolgerlo con sincera onestà.
La corsa al denaro, al potere corrompe gli animi, al punto da andare ad inceppare la macchina perfetta che il comunista aspira a creare. Allora entra in gioco la Magistratura, che con il suo ruolo imparziale ed assoluto, indaga sull’onestà dei movimenti, dei comportamenti e delle attività dei suoi concittadini. Allontanati dalla società ma non abbandonati a se stessi. Supportati da equipe di gente che li aiuti a proseguire sulla via della completa sincerità mentale.
Stesso discorso per quanto riguarda la mafia e qualsiasi organizzazione criminale organizzata. Legalizzerebbe qualsiasi droga, non perché non ami il proprio cittadino, anzi. Lo fa per evitare di incentivare la malavita e i giri loschi ed i conseguenti omicidi/furti correlati. Scommettete che in questo modo, prendiamo 3 piccioni con una fava… 1°limitiamo l’accrescere della malavita 2°aumentiamo le entrate statali 3°evitiamo di rendere appetibile il proibito. Ovvero, la droga non sarebbe più vista come un’evadere dalle regole imposte dallo Stato, anzi … sarebbe, paradossalmente, un seguirle!
Il comunista, che è da sempre il ramo intellettualoide di una Nazione, ama la cultura. E’ convinto che, una persona acculturata, possa concepire la vita nella sua vera realtà. Possa divenire più sensibile alle tematiche sociali che, come non mai, vivono legate al nostre Paese. Il ripristino della cultura è necessaria all’interno di questa triste società che sempre più, si affida alla demenza della nuova tv spazzatura, creando aspettative frivole ed aspirazioni a sfondo unicamente spettacolare.
Non a caso si ironizza sul fatto che, se solo la popolazione fosse leggermente più interessata alla cultura, Silvio Berlusconi ed il suo partito delle false illusioni, non sarebbero mai saliti ad governo con una maggioranza estremamente schiacciante.
Il comunista che richiede fondi europei, piuttosto che regionali o comunali, li richiede per un motivo ben definito. Non certo per andare ad escort o ammaliare ciarpame, ma piuttosto per incentivare l’economia e raggiungere gli obbiettivi prescritti. E’ interessato a concludere i progetti presentati, per il rispetto di coloro che, fiduciosi, ci investono. Non sarebbe uno spreco di denaro pubblico e non. Non gli interessa intascare più di quello che già prende.
Il problema dell’amministrazione pubblica sta sostanzialmente nell’assenza di fondi per gli investimenti. Ma vi rendete conto di cosa vorrebbe dire non avere un’amministrazione pubblica? Vorrebbe dire privare i cittadini di comodità che ormai, da tempo, gli sono state fornite. Per renderla più fluente e compatta, più laboriosa ed efficace, oltre alla massima dose di onestà e rispetto, servirebbe una struttura a scomparti. Ovvero, una sorta di struttura a scala. Dove, non solo gli uffici cooperano per la corretta funzionalità dell’organo in questione, ma le persone che vi lavorano imparino ad eseguire il proprio lavoro con estrema puntigliosità. Solo così si può creare una struttura pubblica funzionante, attiva e soddisfacente.
Un altro fatto da risolvere in Italia è al questione della forte discriminazione razziale che il popolo italiano generalmente ha. Non è un tassello semplice da affrontare, ma credo che il comunista ci proverebbe. A differenza dell’attuale governo, che incinta all’odio e alla discriminazione, sarebbe interessante riconoscere in primis tali persone non solo come forza lavoro o delinquenti. Ma come persone che , disperate dallo strazio della guerra civile e dalla povertà, cercano asilo presso una potenza che da anni non conosce tali problematiche. E’ inutile farli sentire diversi, quando sono proprio loro a fare tutti quei lavori che noi italiani, manco ci sogniamo che esistano ancora. In Italia manca lo spirito di accoglienza! Ed è questo il grande muro che dobbiamo abbattere. Possiamo nutrirci della loro cultura e provare ad assemblarla alla nostra, ormai antiquata e martoriata.
La laicità dello Stato è, oltre ad una prerogativa, una grande salvezza. Siccome non tutti sposano la stessa religione, ed alcuni, addirittura, le rifiutano, non concepisco come sia possibile lasciare così tanto ampio spazio alla Potente Chiesa nella politica Italiana. Il comunista, che questa cosa la riconosce, limiterebbe tale potere. Rispettarla certo, ma non permetterle di interessarsi delle scelte e decisioni della politica italiana.
Sto a sottolineare, che una gestione dello stato come ho descritto, si deve fondare non solo sull’onestà del politico in carica, ma anche da quella dei cittadini italiani stessi.
Riconosco di avere una grande fiducia nella mentalità umana, ma questo rientra nello spirito comunista, cercare di creare la fiducia nel prossimo, che la paura ci hanno fatto perdere.
Non credo sia un sogno impossibile, o un utopia. Bisognerebbe solo pensare fortemente alle necessità degli Italia, piuttosto che ad arricchire le proprie tasche.
Il comunismo è la dottrina più democratica che si possa immaginare. Impossibile non amarla, necessario appoggiarla e doveroso applicarla. Solo così si aumenta in modo esponenziale l’intelletto umano.

CHIARA SECCI

Tratto da “Il Comunista Quotidiano ” http://comunistaquotidiano.blogspot.com/2010/02/certamente-ora-sono-comunista.html

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Giovani senza spazio

Alan Signani | 13 maggio 2009

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Concerto del PRIMO MAGGIO

Alan Signani | 20 aprile 2009

Organizziamo un pullman da Forlì per il concerto del 1 maggio a Roma,

che quest’anno vedrà la partecipazione dei migliori artisti

sul panormama italiano.

Compila il modulo sotto,

oppure clicca sul volantino a sinistra per non rischiare

di rimanere a piedi!!!

pulman per il concerto del 1 maggio

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La storia delle cose

Alan Signani | 3 settembre 2008

Presentiamo un interessantissimo video

Chiara e semplice Annie Leonard, docente americana di sostenibilità ambientale, racconta la storia delle cose e spiega perché siamo tutti diretti contro un muro

PARTE 1

PARTE 2 Leggi il resto dell’articolo »

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