Assemblea Aperta
Nicola | 24 ottobre 2011Intervista a Fausto Bertinotti:perché saltare su un convoglio di governo se non puoi cambiare la direzione?
Nicola | 5 ottobre 2011INTERVISTA di Loris Campetti
Intervista
Io non sarò su quel treno
«Saltare un giro è possibile». Il referendum? «Non ho firmato quello che vuole il ritorno al Mattarellum, meglio il proporzionale» Contro il processo autoritario e i diktat della Bce, perché saltare su un convoglio di governo se non puoi cambiare la direzione? Fuori dal recinto, la rivolta è un’opportunità. Parla Fausto Bertinotti I governi contestati dal basso sono anche delegittimati dai poter finanziari
Il patto con Bertinotti è chiaro: nessuna polemica diretta con la sinistra – nelle sue forme date, politiche e sociali – di cui intervistatore e intervistato sono in qualche misura parte. Già dire sinistra è complicato. Una volta si parlava delle «due sinistre», ma anche questa definizione è obsoleta, «sotterrata da quello straordinario sommovimento di agosto che ha reso visibile anche ai cechi il mutamento radicale di scenario». Chi non è sordo al rumore di uno scricchiolio diventato terremoto non può pensare di rispondere con i fondamentali classici del Novecento. Fausto Bertinotti ha lanciato un sasso nello stagno con il suo editoriale «L’opportunità della rivolta» su Alternative per il socialismo, pubblicato in parte dal manifesto e leggibile in toto sul nostro sito www.ilmanifesto.it. Dal magma della sinistra extraparlamentare, forse è meglio chiamarla così, sono schizzate critiche dure: questa è antipolitica, si rimuove il problema del governo; o, al contrario, «noi l’avevamo già detto, quindi avevamo ragione», e anche riflessioni più serie. Certo è che Fausto, extraparlamentare fino a un certo punto essendo presidente della Fondazione della Camera, si riaffaccia prepotentemente sulla scena con una nuova, «discontinuità».
Ne parliamo senza nominare Nichi Vendola né Paolo Ferrero, senza fermarci sul patto Bersani-Di Pietro-Vendola, sul Nuovo Ulivo che non convince Fausto, come non lo convince, da buon proporzionalista, il referendum per il ritorno al mattarellum. «Proviamo ad approfondire», dice.
La pubblicazione della l
ettera della Bce al governo italiano, e la sua assunzione prima da Letta e poi da Bersani, rafforzano le tua provocazione: abbattere il recinto in cui le ricette degli organismi finanziari e bancari diventano «oggettive», «ineludibili» e «rovesciare il tavolo». Vuoi spiegarti meglio?Il mese di agosto è stato, più che rivelatore, uno spartiacque. Molti di noi avevano già visto in controluce e quel che avveniva attraverso il prisma Marchionne: com’era avvenuto nell’80 ai cancelli di Mirafiori, a Pomigliano si stava rimodellando l’Italia. Le istituzioni europee e mondiali riescono a imporre a tutti i governi sudditi la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, il nuovo dogma. L’avevano scritto economisti apertamente di sinistra, da Bellofiore a Halevi, ma anche keynesiani. Inascoltati, come nella denuncia del tentativo di annichilimento del sindacato fino alla cancellazione del diritto di sciopero. Persino l’accademia economica e quella giuslavorista – penso ai limpidi articoli di Romagnoli sul manifesto – non scuotono i guru delle politiche economiche. La Bce scopre il gioco, si impossessa del sistema di relazioni sindacali e delle dinamiche salariali e le stravolge per gestire le possibilità aperte dalla perdita dei diritti. Per uno con la mia storia è il rovesciamento di un principio basato sul contratto nazionale come dominus assoluto e su una contrattazione pensata come espansiva, e a livello decentrato come leva per rimettere in discussione i rapporti di classe. Sarà un caso se lo Statuto dei lavoratori è arrivato dopo il contratto nazionale dei metalmeccanici? Sul lavoro, condivido le tesi di Romagnoli: c’è un’eccedenza che è la dignità di chi lavora che dev’essere tutelata da leggi, Statuti, Costituzioni, argini rispetto al mare in piena che riduce la contrattazione a olio d’ingranaggio della produttività. La Bce va fuori dal suo tracciato, dalla stabilità monetaria e usa il debito pubblico per rivesciare la lotta di classe.
Cos’è diventata la democrazia delegata?
Siamo passati dallo svuotamento della democrazia diretta da parte del governo e del parlamento alla loro trasformazione in proconsoli di un’oligarchia che poggia il suo potere sull’autorità monetaria. Si definiscono «condizioni necessitate», incontestabili se vuoi stare nella politica e nel momento in cui stai a questi diktat sei omologato. Maggioranze e opposizioni concordano, come in Spagna, nell’assunzione acritica del pareggio di bilancio e trasformano in regola il caso eccezionale. Non ti ricorda gli esegeti di Marchionne a Pomigliano? Si rinuncia a esercitare una politica anticiclica con una politica pubblica di spesa per l’occupazione, quando persino nelle fasi di crescita la disoccupazione diventa strutturale. La politica è ormai impermeabile non solo ai movimenti e alle lotte sociali ma persino all’accademia. I governi sono tutti dislocati sulla stessa dimensione, da un socialista dignitoso come Papandreu in là. In Francia e in Germania in odore di cambiamento, dove si era aperta una seria discussione, i segnali positivi contro il liberismo stanno svanendo. O vogliamo parlare di Letta e di chi sposa la Bce?
Stiamo parlando di una tendenza o di nuovo ordine già definito?
A meno di una netta rottura la tendenza si tramuta in pensiero unico, la crisi democratica e della politica procede in un contesto di mancanza di autonomia. Eppure emergono, qua e là esplodono manifestazioni consistenti che denunciano una crisi di consenso a questo ordine. In Italia in forme molteplici, com’è nella sua storia. Ma guarda all’insieme dell’Occidente, alla Gran Bretagna, alla Grecia, alla Spagna, o al Cile e ora persino agli Stati uniti.
«Tutto il mondo sta esplodendo, dall’Angola alla Palestina», si cantava il secolo scorso. Oggi potremmo persino aggiungere Israele. Non staremo esagerando nella lettura delle rivolte?
Io parlo di indignazion
e e rivolte, le istituzioni sono contestate dal basso e delegittimate dall’alto dalle organizzazioni finanziarie. Se fossimo stati senza governo, come in Belgio, neanche ce ne saremmo accorti. Se la discriminante è la lettera della Bce, non possono non crescere collera e antipolitica e fa capolino il «partito borghese». La politica reagisce arroccandosi, i governi provano a portare le opposizioni nel recinto.Questo ragionamento non rischia di sfociare nell’antipolitica?
È vero l’opposto. La scelta di entrare nel recinto che può segnare la morte della politica. Io non credo all’arroccamento, al minoritarismo di chi vuole costruire un soggetto antagonista che si chiama fuori alzando la bandierina antisistema. La dimensione di scala è essenziale, devi porti il problema di incidere sulle scelte rompendo il recinto che non è altro dalla zona rossa, non con i black bloc, semmai con le nuove forme che a Genova erano rappresentate dalle tute bianche e dalle suore. Per abbattere il recinto e liberare la politica serve potenza politica e sociale. Non puoi rifiutare da solo la lettera della Bce, devi fare connessioni, costruire coalizioni sociali e per farlo devi respirare lo spirito di rivolta.
La rivolta è un termine associato alla violenza, almeno lo era nel secolo scorso quando si cantava «chi ha esitato questa volta lotterà con noi domani». Che ne è della tua svolta di Venezia contro la violenza?
Resta la scelta della non violenza, soprattutto dentro una stagione di rivolta. La discontinuità è nella fase. Nel Novecento l’idea portante era l’emancipazione del movimento operaio attraverso la rivoluzione, e i partiti e i sindacati erano gli agenti di quell’idea. Il mondo è cambiato sotto i nostri piedi: partiti e sindacati non sono più motori del cambiamento, la democrazia è negata e il campo del rifiuto ha preso le movenze della rivolta. Un’opportunità, e noi dobbiamo andare a quella scuola. La scelta di Venezia era figlia della convinzione che il movimento da solo non ce l’avrebbe fatta da solo ma si immaginava un’Europa diversa, in cui fosse possibile una pervasività dei movimenti verso le istituzioni. Abbiamo sbagliato, o comunque oggi viviamo un’altra stagione.
Una stagione segnata dalla crisi della politica e in essa della forma partito. Da dove si riparte?
Non dalla politica data, dalle forme esistenti dove il morto mangia il vivo. Penso che un’ipotesi di cambiamento si possa costruire fuori dal recinto. Siamo ben oltre la crisi della forma partito, restano soltanto i comitati elettorali. Ti chiedo: quali sono stati gli appuntamenti importanti di questa fase? Io penso subito alla manifestazione della Fiom del 16 ottobre 2010, alla protesta di tanti soggetti sociali, comunque allo sciopero generale della Cgil e in avanti vedo le manifestazioni in mezzo mondo degli indignati del 15 ottobre. Mi interessa l’esperienza di Uniti per l’alternativa per il suo lavoro di raccordo di culture ed esperienze diverse in cui il movimento operaio si incrocia con altri movimenti trovando terreni comuni di lavoro e di lotta nel contratto dei metalmeccanici e nel salario sociale. Ma mi interessano anche altre storie e altre esperienze. Certo, le alleanze sono importanti, ma chiediamoci su quale terreno costruirle. Pensa al mondo cattolico che vive una grande difficoltà: solo chi è malato di politicismo può pensare a un fronte politico e non sociale. Io ho in mente una coalizione socio-politico-culturale.
Metti in conto la possibilità, o l’opportunità che la sinistra, quella «neoidentitaria» e quella delle primarie, salti un giro?
È possibile. Mi limito a
dire che non dobbiamo farci accecare dallo specchietto per le allodole: se salti sul treno non puoi deciderne la direzione perché quel treno ha delle rotaie precise su cui viaggiare. Al massimo puoi modificarne la velocità.Questo ragionamento ne trascina un altro: come valuti il referendum elettorale?
Io ho firmato il primo, quello lasciato cadere, e non quello che vuole il ritorno al mattarellum. Meglio il proporzionale che il tentativo di salire sul treno del maggioritario in nome delle primarie che non cambierebbero comunque né il macchinista, né la direzione del treno.
Ma insomma, dobbiamo o no mandare a casa Berlusconi?
Certo, che domanda. Ora che la sua storia finisce, però, resta comunque la prigione della centralità assoluta del sistema elettorale pensato solo in funzione dell’accesso al governo. Non ho molto da aggiungere alle cose scritte da Gianni Ferrara sul manifesto. Affrontiamo il cuore dei problemi. Faccio un esempio: oggi è centrale l’unità o la democrazia sindacale? Da questo punto di vista ritengo la Fiom un investimento per noi, per il futuro.
A queste posizioni radicali sei arrivato in forza della tua esperienza come presidente della Camera?
Da quella postazione ho visto la fine della teoria delle due sinistre, e insieme lo svuotamento di senso del parlamento, anche grazie al proliferare dei decreti legge e dei voti di fiducia. Il parlamento è diventato cassa di risonanza del governo. Se invece vuoi sapere se una certa distanza dai luoghi del potere aiuta la riflessione autonoma, la risposta è sì.
Se tornassi indietro ingaggeresti ancora una battaglia per fare il presidente della camera, e non magari il ministro del lavoro?
Potrei risponderti che quella scelta atteneva alle propensioni personali. Preferisco però risponderti che non sono un uomo di governo. Se devo ripensare alla mia vita non posso che ripensarmi sindacalista.
Tratto da www.ilmanifesto.it
SUD RESISTENTE E SOLIDALE
Nicola | 4 aprile 2011In queste ultime settimane le cronache televisive e dei maggiori quotidiani italiani non hanno fatto altro che parlare dei migranti, sbarcati a Lampededusa, come un problema. Ma invece non sempre è così. In Calabria, a Caulonia, Riace e altri piccoli paesini dell’antica Magna Grecia l’accoglienza è un valore e un’opportunità di rinascita per l’intera comunità. Nasce così l’iniziativa di chiedere, quando nessuno li vuole, di accogliere i migranti arrivati dal Magreb, un esempio che il Partito della Rifondazione Comunista è orgoglioso di far conoscere e di sostenere.
LO SCIOPERO DELLA FAME DIVENTA COLLETTIVO
Nicola | 4 aprile 2011Ieri sera ho sospeso lo sciopero della fame.
Dopo la manifestazione di Caulonia e la proposta di Mario Congiusta, sostenuta anche dal sindaco di Caulonia Ilario Ammendolia, dal consigliere provinciale Omar Minniti e da alcune decine di cittadini ho deciso di accettare che la mia azione individuale divenga un’azione collettiva. Sarà convocata nei prossimi giorni una conferenza stampa in cui verranno spiegati i dettagli della mobilitazione. Perché di fronte alla vergogna delle deportazioni la lotta non si ferma.
Grazie per l’attenzione
Giovanni Maiolo
Soladarietà del Partito della Rifondanzione Comunista
Nicola | 4 aprile 2011Giovanni Maiolo, attivista per i diritti dei migranti e già consigliere comunale di Caulonia, da ieri è in sciopero della fame per protestare contro le politiche razziste e xenofobe del governo Berlusconi e lo scempio dei diritti umani a Lampedusa. Una scelta radicale e coraggiosa, che fa seguito a quella intrapresa dal siciliano Giacomo Sferlazzo. Esprimo la mia solidarietà ad entrambi e tutto lo sdegno nei confronti della linea di condotta attuata dal governo italiano che, ancora una volta fomentato dalla Lega di Bossi, sta rifiutando l’accoglienza alle sorelle e i fratelli nordafricani in fuga da guerre civili e repressioni. Non posso, infine, non sottolineare l’atteggiamento positivo e controcorrente manifestato dai sindaci della Locride, in primis Lucano (Riace) e Ammendolia (Caulonia), che – memori della tragedia dell’emigrazione vissuta in prima persona da noi calabresi e meridionali – si stanno facendo portavoce di un modello sociale inclusivo e solidale: l’esatto opposto delle guerre tra poveri e del “si salvi chi può” auspicati dalle destre e i razzisti padani in camicia verde.
Reggio Calabria, 31 marzo 2011
Omar Minniti,
Consigliere provinciale Prc-Fds
La protesta di Giovanni Maiolo, cittadino di Caulonia
Nicola | 4 aprile 2011IN SCIOPERO DELLA FAME PER UNA SOLUZIONE UMANA PER LAMPEDUSA E I MIGRANTI
CAULONIA, (REGGIO CALABRIA) 29 MAR – “Domani alle 13 consumerò l’ultimo pasto, poi smetterò di mangiare perché bisogna trovare una soluzione umana al dramma di Lampedusa cominciando a mandare una parte dei migranti che affollano Lampedusa nella locride che si è dichiarata disponibile ad aiutare in questo momento difficile”. Giovanni Maiolo, cittadino di Caulonia, in Calabria, terra di accoglienza da anni, annuncia uno sciopero della fame per protesta. “Il ministro dell’Interno Roberto Maroni – prosegue Maiolo – voleva fermare le migrazioni, ignorando la storia e ogni logica razionale, ed ora si trova a gestire l’emergenza Lampedusa e lo fa nel peggiore dei modi. Si comincia a parlare di eventuali respingimenti di massa, che violerebbero drammaticamente, ancora una volta, il diritto internazionale. Anche per queste ragioni é in sciopero della fame, da giorni, Giacomo Sferlazzo, lampedusano, artista, amico, compagno di strada per la difesa dei diritti civili. Sento il bisogno di fare qualcosa anche io, per questo mi unirò alla sua protesta”. “Per alleviare il dramma di Lampedusa – prosegue Maiolo – la locride dell’accoglienza, di Caulonia e Riace, per bocca del sindaco di Caulonia Ilario Ammendolia, si è offerta per l’ennesima volta di dare una mano rimanendo per ora inascoltata, perché si preferisce rinchiudere i migranti dietro al filo spinato di Mineo e alle mille gabbie per animali dei vari centri di identificazione ed espulsione”. (ANSA).
Martedì 29 marzo 2011
Ore 17:07
Per la Pace: Con i popoli in rivolta! Contro i p€trol-bombardamenti!!!
Nicola | 29 marzo 2011Sabato 2 aprile a Roma, in Piazza San Giovanni, alle 15.00
Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Gheddafi ha scelto la guerra contro i propri cittadini e i migranti che attraversano la Libia. E il nostro Paese ha scelto la guerra “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.
Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. Ogni “guerra umanitaria” è in realtà un crimine contro l’umanità.
Se si vuole difendere i diritti umani, l’unica strada per farlo è che tutte le parti si impegnino a cessare il fuoco, a fermare la guerra, la violenza, la repressione.
Nessuna guerra è inevitabile.
Le guerre appaiono a un certo punto inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Appaiono inevitabili a chi per anni ha ignorato le violazioni dei diritti, a chi si è arricchito sul traffico di armi, a chi ha negato la dignità dei popoli e la giustizia sociale. Appaiono inevitabili a chi le guerre le ha preparate.
Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. E’ la scelta assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica, che genera “cultura di guerra”.
“Questa é dunque la domanda che vi poniamo, chiara, terribile, alla quale non ci si può sottrarre: dobbiamo porre fine alla razza umana o deve l’umanità rinunciare alla guerra?”
Dal Manifesto di Russell-Einstein, 1955
Perché l’utopia diventi progetto, dobbiamo innanzitutto imparare a pensare escludendo la guerra dal nostro orizzonte culturale e politico. Insieme a tutti i cittadini vittime della guerra, della violenza, della repressione, che lottano per i diritti e la democrazia.
“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.” Albert Einstein
Appello promosso da Emergency – Aderiscono: ¡A la Calle! Forlì, ARCI Forlì, Federazione della Sinistra, FIOM – CGIL, Rete Viola Forlì-Cesena.
Autobus per Roma partenza da Forlì: Info 320 1134972
- ore 7:30 da Piazzale della Vittoria
- ore 8:00 da via punta di ferro (parcheggio della Fiera)
























