Relazione del Segretario al CPF del 23 Aprile 2008
Alan Signani | 27 aprile 2008ANALISI DEL VOTO NAZIONALE
Credo che inchiodare la discussione solo sui numeri sia insufficiente ma dalla lettura dei dati è necessario partire.
La rappresentazione più giusta è senza dubbio quella che passa attraverso la lettura dei voti validi assoluti ancora di più che le percentuali ottenute dai singoli partiti e schieramenti.
Alla Camera, anche attraverso più schede bianche e nulle, la riduzione dei voti validi supera i 2.200.000 e la prima considerazione indiscutibilmente chiara, al di là dei seggi ottenuti in parlamento, è rappresentata dallo spostamento dell’asse verso i temi che più stanno a cuore alla formazione leghista poiché da lì vengono gli incrementi che permettono all’alleanza costruita da Berlusconi di passare da 16.400.000 a oltre 17.000.000 voti.
Il risultato delle urne consegna un presunto elemento di soddisfazione al PD.
Presunto perché il risultato è frutto esclusivamente dell’incremento dei voti dell’IdV, quasi il doppio rispetto al 2006, piuttosto che dall’effetto del reale e atteso sfondamento al centro che quel progetto auspicava.
L’Udc, meglio il supposto elettorato centrista che nel 2006 poteva contare sui voti anche dell’UDEUR di Mastella, ha perso il 50% dei voti mentre la destra come area di consenso, escludendo le liste confluite nella PdL, segna un significativo balzo in avanti rappresentato dalla lista Santanchè, lasciando aperto un possibile riutilizzo, a partire dai livelli locali, di questo elettorato.
Certamente il dato maggiormente negativo è quello della S.A. che passa dai quasi 3.900.000 voti ottenuti nel 2006 dalle liste che ne hanno sostenuto il progetto a 1.100.000 voti ottenuti in questa tornata elettorale, ai quali, teoricamente, si aggiungono 370.000 voti delle formazioni minori che si richiamano alla Falce Martello.
Complessivamente questa area di voto ha visto dimezzare il proprio elettorato.
Poiché i voti non sono fissi ed immobili, i 2.200.000 voti non espressi (maggior astensione, bianche e nulle), nascondono il vero problema: l’area centrista e l’ex area di sinistra che ha dato vita al PD, si sono spostate a destra, per di più inutilmente per quanto riguarda questi ultimi; oltre a non aver contrastato l’avanzare di Berlusconi, ne è risultata la mancanza di nostri rappresentanti in parlamento.
ANALISI DEL VOTO LOCALE
Nei 15 comuni del comprensorio Forlivese, il risultato della Camera, raffigurando i dati con lo schema proposto sul livello nazionale, mostrano che anche qui assistiamo ad un incremento degli elettori che si sono astenuti dalla partecipazione al voto, percentualmente in linea con il dato nazionale ma con 2 eccezioni, Modigliana e Dovadola dove in entrambi i casi la maggior astensione e di 5 punti contro la media nazionale e di federazione di circa 3 punti.
Pressoché inalterato il dato che riguarda le schede bianche e nulle.
Nel 2006 il PdL assieme alle varie liste che poi in esso hanno confluito aveva raggiunto, con la Lega Nord che superò di poco i 4.000 voti, una somma che raggiunse i 42.700 voti (escludendo ovviamente l’UDC).
Nel 2008, anche a livello territoriale, questa parte dell’elettorato risulta aumentata solo grazie ai voti di Bossi.
La PdL ha perso 3.000 voti, mentre la Lega Nord ha aumentato del doppio i propri consensi, per un totale di coalizione di oltre 44.200 voti con un aumento di 1700 consensi.
Da questi numeri risulta palese che lo spostamento dell’asse verso Bossi e i suoi seguaci a livello locale è maggiore che a livello nazionale.
A meno che non si voglia insistere nel considerare il voto alla Lega solo ed esclusivamente un voto di protesta, sarebbe un grave errore di sottovalutazione, sarà necessario prendere atto della natura oramai generalizzata di questo fenomeno, in tutte le realtà del nord e oggi anche nella nostra regione e nel nostro comprensorio, in particolare nei territori collinari.
L’esasperazione cavalcata sul tema dei migranti ha prodotto brusche impennate facendo ad esempio di Galeata, dove la Lega ha ottenunto il 15%, un caso nazionale.
Dall’altra parte il nuovo schieramento “veltroniano” che nel 2006 con la sigla dell’Ulivo e con i voti dell’Idv, aveva registrato oltre 57.000 voti, ai quali aggiungere 1.500/2.000 voti teorici dei Radicali, che assieme allo SDI avevano ottenuto nel 2006 circa 3.000 voti.
Il risultato delle urne consegna un presunto elemento di soddisfazione sui voti 2006, complessivamente circa 58.500, passati ai 59.500 del 2008.
Il risultato è però esclusivamente attribuibile all’incremento dei voti dell’IdV pari a, più del doppio di quelli del 2006.
Questi elementi dimostrano un segnale di forte pressione sull’elettorato del PD da parte del centro e della destra e contemporaneamente anche l’insoddisfazione prodotta dal governo Prodi, nonostante i tentativi di Veltroni di allontanarsi dalle responsabilità alla quale anche il PD e i suoi ministri non possono sfuggire.
Questo progetto se riprodotto su scala locale non otterrebbe la maggioranza complessiva nei 15 comuni del comprensorio forlivese, mentre ne centrerebbe l’obiettivo in diverse realtà, compreso Forlì, ma vedendo nel contempo in altre 4 realtà dopo Dovadola e Castrocaro prevalere la destra.
L’Udc, o meglio l’elettorato centrista che nel 2006 poteva contare sui voti anche dell’UDEUR di Mastella, passa dai circa 8.200 voti a poco meno di 5.200 voti con la destra che, come area di consenso, escludendo le liste confluite nella PdL, passa da 700 ai circa 3.500 voti della Santanchè.
Anche nella nostra realtà la S.A. ha tradito le aspettative passando dagli oltre 13.000 voti del 2006 ai circa 3.500 del 2008 ai quali teoricamente si aggiungono 1.500 voti delle formazioni minori che si richiamano alla Falce Martello.
Complessivamente questa area di voto anche a livello locale ha visto più che dimezzare il proprio elettorato.
Significativi sono nel nostro comprensorio i 5.000 voti non espressi (maggior astensione), però da soli non rendono completamente il vero problema.
Anche nella nostra realtà territoriale, l’area centrista e il PD si sono spostati a destra di più di quanto i numeri dimostrano, vedendo penalizzata la sinistra in una maniera profonda che deve essere indagata.
L’ANALISI DEL VOTO E IL CONGRESSO
Non c’è dubbio che questo risultato debba essere consegnato ad una discussione complessiva del partito che porti alla messa in discussione di organigrammi dirigenziali e di strategia, ma è necessario che questo non sia esclusivamente il desiderio di una resa dei conti che rinvia il vero problema, rappresentato dall’analisi stessa dell’accaduto.
L’eredità più pesante che ci ha consegnato Berlusconi è l’esasperazione dell’individualismo e dell’egoismo.
Il rafforzamento del senso materiale dei bisogni, l’avere di più dell’essere, forza e denaro come unico valore misurabile in sé.
Il superamento dei bisogni della collettività a vantaggio degli interessi personali, segnando un avanzamento progressivo della ricerca di risposte individuali, perseguendo in ciò la sgretolazione della società, fomentando le paure, perseguendo l’alimentare dello scontro tra i penultimi e gli ultimi.
Drammaticamente lo stesso PD non ha inteso contrastarlo su questo piano, noi ci abbiamo provato e abbiamo perso.
Noi abbiamo fatto una campagna elettorale forse non ripetibile, a nulla valgono i rimorsi per non aver fatto altro, ed è giusto ringraziare tutti i compagni che vi hanno preso parte, anche attraverso drammatiche esperienze come quella accaduta alla compagna Mirka che denotano quale possibile degenerazione ci possa presentare il futuro.
Tanti i volti nuovi fra noi e non solo perché provenienti da alcune delle altre forze della S.A. che meritano anche se amaramente percepito un grazie sincero.
Questa campagna, condotta come se già fosse stata modificata la legge elettorale e in apparenza percepita come se esistessero due soli protagonisti, non corrisponde alla realtà del risultato.
Come i voti dimostrano, i due protagonisti di questo finto Grande Fratello, fino in fondo non hanno convinto.
L’avanzamento dei due schieramenti è avvenuto solo grazie ai voti della Lega da una parte e dai voti di Di Pietro dall’altra.
Purtroppo i nostri voti, i voti teorici della S.A., sono stati erosi da tanti elementi.
Dal “voto utile”, all’astensione, dal voto di protesta alle delusioni delle politiche del governo Prodi.
C’è però una considerazione che rischia di sfuggirci, ancora di più se cadiamo in strumentalizzazioni.
Come ci spieghiamo l’accogliere, anche da parte del nostro elettorato, l’invito al voto utile? Questo è un nodo centrale.
Da una parte si afferma che il governo Prodi è fallito, sostenere il contrario è folle, ma dall’altra qualcuno ha pensato che quello di Veltroni sarebbe stato diverso, ed in grado di governare meglio, magari anche grazie alla nostra assenza. E’ un’amara realtà, ma è la realtà.
Altri hanno scelto l’astensione e in parte anche il “presunto voto di protesta” alla Lega, o peggio ancora hanno addirittura forse voltato definitivamente le spalle alla difesa dei migranti, cioè di quei soggetti deboli della nostra società che non sono e non saranno i soli sotto attacco nei prossimi mesi.
Oggi, anche da parte di qualcuno di noi, il tema dei migranti viene inteso come capro espiatorio e noi non siamo riusciti a dare l’allarme.
Questo come il tema della produttività, della flessibilità che è solo precarietà, sono specchietti per le allodole, figli della stessa strategia di ulteriore parcellizzazione dei problemi e delle risposte.
L’obiettivo era ed è mettere tutti contro tutti, esattamente come quando si parlava dei giovani e degli anziani sul tema delle pensioni.
Proprio sull’aspetto che riguarda le politiche sui migranti, sull’avanzare di sentimenti di razzismo, provo sofferenza.
Ancora di più nel sentire esplicitate o anche solamente ventilate opzioni che ritengano necessario un diverso atteggiamento da parte nostra su questo problema.
Tornando però al “voto utile” è innegabile che c’è stato un inganno madornale, ma perché non siamo riusciti a sconfiggerlo?
La governabilità è il totem; questa, ci piaccia o no, è la risposta di una parte anche del nostro elettorato.
Di qui un tema che rischia di non essere sufficientemente trattato nelle discussioni del post voto è: stare o non stare dentro le mediazioni di governo, dentro ai ristretti recinti della governabilità che comunque si rappresenta anche nel voto utile?
L’aver avviato sin dai primi di gennaio l’idea di una consultazione di massa sull’azione del governo Prodi oggi non può essere archiviata solo perché il problema non c’è più.
Anzi, oggi, liberi da ogni vincolo dovremmo interrogarci, perché quella scelta, la scelta di un nostro coinvolgimento nel Governo ci consegna egualmente una doppia sconfitta: una parte ci penalizza sostenendo il PD, un’altra nel suo esatto contrario, perché?
Per questa domanda, che racchiude forse il vero nodo centrale, ritengo fuorviante la semplificazione sin troppo facile e comoda, di nascondersi dietro i 370.000 voti delle due liste con “Falce e Martello” considerandoli un successo, o la giustificazione del nostro insuccesso.
Se fosse possibile, data la situazione delicata che attraversa la fase, ci sarebbe da sorridere.
Respingo come inaccettabile e strumentale questa banale analisi, che comunque non ci consegna certo soluzioni e prospettive di largo respiro, al pari di chi rilancia con la semplificazione dei simboli, l’unità dei Comunisti, senza minimamente accennare nessuna prospettiva sui temi che ritengo dovrebbero essere al centro della nostra discussione.
Mi auguro, viceversa, che anche lo domande che ho posto, siano centrali nelle discussioni che riguardano il nostro domani consegnato al percorso congressuale.
Affermare solo il limite, che pure c’è, nella nostra ridotta presenza dai canali della comunicazione è riduttivo, ci sono anche nostre responsabilità.
Il punto centrale, a mio avviso, è rappresentato negativamente, dall’avere dato per scontato il livello culturale della sinistra, piuttosto che la valutazione in sé del contenitore della S.A che comunque va fatto.
La nostra sottovalutazione è ascrivibile a due elementi, un’eccessiva aspettativa e una mancata capacità nell’esplicitare il concetto di “massa critica”.
Davvero senza riferimenti alcuni, ma solo con l’intento di chiarire meglio cosa intendo per Cultura e per “Massa critica” e poiché ritengo che non venga correttamente tradotto nella società, vorrei soffermarmi su questo.
Mi riesce più facile spiegarlo partendo da un esempio a livello locale.
Nessuno nega che le politiche sugli inceneritori sono sbagliate, ma sappiamo bene, anche in alcuni nostri livelli istituzionali, anche fra di noi, che la ricetta del porta a porta non sempre viene accolta favorevolmente.
Come abbiamo agito sul tema è noto a tutti, non lo definirei riduzione del danno, ma tenere aperto un avanzamento possibile, inchiodando alle proprie responsabilità chi avrebbe assecondato più facilmente il profitto di Hera.
La scelta secondo me, è agire le contraddizioni o soccombere al prevalere dei rapporti di forza e numerici delle giunte e dei consigli comunali?
E ancora, ottenere il miglior risultato possibile o uscire dalle maggioranze?
Agitare paletti o contrattare dei NO?
A nulla serve se non solo a fini interni, indebolire l’immagine del partito.
Meglio sarebbe stato, partendo magari da questo parziale esempio, spiegare il valore reale del significato “di massa critica”, dei rapporti di forza proprio quando questo elemento non si fa solo teorico ma pratico.
Questo lo si ritrova moltiplicato per 1000 quando il tema dell’inceneritore lo sostituisci con le missioni in Libano o in Afghanistan, per ripresentarsi sul protocollo del Welfare con i suoi scalini e gli scaloni.
Diventa ancora di più drammaticamente incomprensibile spiegarlo quando in gioco c’è la vita di un governo e il ricatto del ritorno di Berlusconi.
La cultura, anche la nostra cultura, di Rifondazione Comunista e della Sinistra diffusa non si è dimostrata completamente matura e pronta alle mediazioni di governo e agli attacchi continui interni ed esterni.
Si è rivelata l’impreparazione a gestire come collettività il pugno di voti che dividevano maggioranza e opposizione rendendo difficile rilanciare su un programma che aveva 1000 cose buone ma che era ricattato da Dini e soci.
Ecco che “massa critica” si traduce in più Senatori che sarebbero serviti a compensare i tradimenti di Mastella e compagnia e anche la volontà, perseguita da più di uno, di non voler dimostrare al popolo italiano cosa un governo di sinistra avrebbe potuto ottenere con la Sinistra al governo.
Ecco allora che l’interesse collettivo, l’agire collettivo, è stato minato anche ad uso interno, nascondendo il processo di responsabilizzazione, di cultura e l’idea di crescere come massa critica.
Il punto è avere la forza di capire che siamo sospesi tra voto utile e la fuga di consensi per disillusione.
La soluzione non è dare per scontato la semina della nostra cultura.
La risposta non può essere solo tra governo e/o opposizione ma sull’idea di investire sul significato di “efficacia” e “cultura” altrimenti saremo consegnati non al pendolo fra governi di centro-destra e governi di centro-sinistra, ma consegnati alle soddisfazioni del 2006 e alle delusioni del 2008.
Altro che formule, S.A., Confederazioni, Unità dei comunisti e Falce e Martello.
O sfondiamo nella mente della nostra gente su questo, o il peggio è pensare che Veltroni senza di noi sia meglio di Prodi con noi, o peggio ancora, un pezzo anche della rabbia della nostra gente diventa di proprietà della Lega.
Non mi appassionano i contenitori ma mi appassionano i contenuti.
Chi vuole che una formula prevalga sulla sostanza non fa una operazione di verità soprattutto nascondendosi dietro la verginità dei No che ha magari il privilegio di potersi permettere.
Ora non si può rimandare il centro del problema all’infinito, ora che siamo chiamati alla “ripartenza” dobbiamo dare risposte anche a queste domande.
Ripartire alla ricerca di risposte sospese, sia nel nostro elettorato, come anche fra i nostri ex elettori e i tanti che si sentono delusi dall’inganno esplicitato tutto dentro al divario reale ed effettivo tra il progetto Veltroni e il risultato di Berlusconi.
Ripartire dalla nostra gente dunque, da Rifondazione, perché è il progetto più avanzato nella Sinistra, rinunciare alle semplificazioni di recinti più ristretti come l’unità dei Comunisti che hanno svelato, se ce ne fosse bisogno, la loro incapacità di innovare la propria cultura ma senza chiuderci, senza consegnare alla storia fallita della S.A. la possibilità di costruire una nuova Sinistra in Italia.
Tenere aperta la partecipazione, confrontarci, tornare ad incontrare la gente, i lavoratori.
Dobbiamo partire dalla nostra realtà, dalle problematiche del nostro territorio.
Ripartire dall’individualizzazione di iniziative sull’impianto a bio-massa di Agrifertil che coinvolgano i nostri circoli da Meldola e S.Sofia.
Ripartire con la volontà di costruire informazione e consenso alla battaglia contro la finta obiezione sulla pillola del giorno dopo nei nostri Ospedali, negli ospedali di un paese in cui, fra l’altro, non si può fare campagna sull’uso dei profilattici.
Ripartire da Galeata, dove ha sfondato la Lega, dando sostegno all’azione locale anche attraverso i Giovani Comunisti.
Ripartire dalle questioni che riguardano il mondo del lavoro, grazie alle risorse che hanno già prodotto una bellissima giornata seminario proprio su quest’aspetto.
Ripartendo nel costruire dibattiti e incontri che sappiano produrre la percezione che il prossimo bersaglio delle destre sarà il sindacato ed il contratto nazionale di lavoro.
Abbiamo lavorato dentro, dovevamo e dobbiamo lavorare fuori, in modo diverso, utilizzando le nuove soluzioni informatiche, ma senza però escludere chi non ha confidenza con questi mezzi.
Dobbiamo ripartire con l’obiettivo però di trasmettere e ricevere, parlare e ascoltare.
Il prossimo congresso, qualunque ne sia l’esito, chiunque sia chiamato a svolgere ruoli di responsabilità, va l’appello a non disperdere i volti nuovi.
Cito solo Signani, per l’aver accettato la candidatura, per aver compreso il ruolo da svolgere, riuscendo allo stesso tempo nell’impresa di far partire il sito della federazione su cui dovremo investire.
Cito i giovani che hanno organizzato l’iniziativa forse meglio riuscita durante la campagna elettorale, nonostante i momenti difficili che il loro coordinatore stava attraversando.
Non torniamo indietro, superiamo l’elemento rappresentato da partiti dentro al partito, di risorse economiche spese contro l’unità del partito.
Arriveranno anche dal punto di vista economico, momenti difficili e dobbiamo esserne consapevoli.
Così le feste devono tornare ad essere una risorsa indispensabile anche perché unica.
Quelle feste che appartengono alla gente che ci lavora, non ad aree geografiche come qualcuno crede, perseguendo la volontà di boicottarle per assumere il fallimento come ulteriore elemento di scontro.
L’agire politico deve partire da ognuno noi.
Dobbiamo mettere in calendario due attivi degli iscritti sul territorio, prima del congresso, come pure è indispensabile tenere aperto il dialogo con la Costituente della Sinistra a livello locale.
Rimarchiamo, se fosse necessario, la nostra differenza da chi non ha creduto sin dall’inizio a ciò che stava facendo.
Dobbiamo allargare le nostre percezioni, diversamente scopriremo la rabbia anche contro di noi solo al momento di aprire e contare le schede.
L’obiettivo è tenere aperto il partito.
Sono stati proprio i limiti dei partiti tradizionali a condizionare questa esperienza di unità che non ha funzionato forse anche per eccessiva partitocrazia ancor più che per mancanza di tempo.
La pratica della costruzione della Sinistra Arcobaleno e della repentina campagna elettorale ha risentito probabilmente delle esitazioni e dei dubbi di parti consistenti di alcuni partiti che hanno aderito magari per opportunismo ma che pensavano a tutt’altre prospettive, in un caso frenando troppo il processo nell’altro accelerando eccessivamente.
Questo percorso può e deve essere ripreso partendo dalle persone più che dai partiti e chi i partiti li ha, anche se in crisi, prima di scioglierli deve esplicitarne la volontà consegnandosi alla democrazia della discussione interna.
Bene ha fatto il CpN a rimettere al centro la barra, a ripartire dalla democrazia interna e dall’esplicitazione delle volontà che riguardano il futuro di tutti noi.
Di una cosa io, a titolo personale, dichiaro di avere una certezza assoluta non sono disponibile a lavorare per la Costituente dei Comunisti.
L’ho vissuta sulla mia pelle, l’ho vista impressa nella delusione dei nostri compagni, quella prospettiva mi è già bastata.
Anche in questa occasione i Comunisti Italiani hanno remato contro in tante realtà, a Forlì in particolare, sin dalla prima conferenza stampa, sino alla più piccola delle nostre iniziative dimostrando solo di tenere molto di più al proprio piccolo interesse, come a Meldola e dimostrando di crederci forse nelle sole eccezioni di Forlimpopoli e tutt’al più forse, S.Sofia, dove al di là delle indicazioni di apparato hanno dimostrato di provarci forse più che crederci.
Questo non significa cancellare in noi il Comunismo, questo significa farne camminare la teoria storica con le nuove pratiche.
Non c’è nessuna nuova pratica dentro al progetto di unità dei comunisti. Poi quale unità: quella di Turigliatto e Ferrando.
Anche questa prospettiva, se voluta agire, deve essere svelata per intero.
Se la si vuol percorrere si deve indicare che contiene in sé la prospettiva dell’opposizione a 360 gradi, non il finto governare a fini personali ed in assoluta autonomia, dove non si applica una strategia incisiva ma si “tira a campare” salvando la faccia con qualche sporadico NO.
Prima o poi arrivano le situazioni in cui si presenta il rischio di una riconsegna alle Destre del paese o del Comune e allora che fai?
Allora, dentro e fuori da noi lontane da me saranno le Cassandre postume che hanno atteso in silenzio, che hanno usato i silenzi prima, solo per poter urlare poi, quando è facile, solo delle critiche senza proposte.
Discutiamo del passato più recente e del futuro, evitiamo la personalizzazione nella discussione.
Quando le decisioni sono prese in maniera democratica, è la collettività che porta le responsabilità, anche se non tutti ne sono responsabili in uguale misura.
E allora ripartiamo da Carrara, dalla Conferenza di Organizzazione, dove ci siamo detti che la politica ha ammalato anche noi, ripartiamo da Carrara da dove siamo usciti con una maggioranza più ampia rispetto a Venezia.
Lavoriamo per l’unità e contro l’autoreferenzialità, perché anche a partire dal livello locale, seppur con un buon segnale positivo la dove si è votato,la strada è in salita.
Il nodo centrale è fare più Cultura e meno opportunismi di nicchia.
Siamo consegnati ad anni di assenza istituzionale nazionale dove il rischio grande è anche una riforma costituzionale che non necessiti di passaggi referendari.
Le nostre Istituzioni possono essere solo quelle locali: si dica oggi cosa si vuole fare di un’eventuale nostra presenza nelle giunte?
Si vuole ripartire dal nasconderci i problemi, personalizzando gli scontri, magari come il PDCI fa a Forlì oppure no?
Si dica se oggi più che mai il partito debba investire sull’unità o sia irrimediabilmente diviso?
Questa è la responsabilità più grande che hanno ancora i nostri dirigenti di oggi.
Si dica se esistite l’autonomia delle scelte rispetto all’assunzione di responsabilità collettiva sia al centro come in periferia, sia nel partito come nelle istituzioni, anche questa è cultura.






















